E’ stato presentato
il rapporto 2018 della Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel
Mezzogiorno). La crescita dell’economia meridionale nel triennio 2015-2017 ha
solo parzialmente recuperato il patrimonio economico e anche sociale disperso
dalla crisi nel Sud. Si è ampliato il disagio sociale, tra famiglie in povertà
assoluta e lavoratori poveri. Soprattutto nel 2019 si rischia un forte rallentamento
dell’economia meridionale.
In una comunicato emesso dalla Svimez sono evidenziati i
principali contenuti del rapporto 2018.
Nel 2017 il Pil è aumentato nel Sud dell’1,4%, rispetto allo
0,8% del 2016. Ciò grazie al forte recupero del settore manifatturiero (5,8%),
in particolare nelle attività legate ai consumi, e, in misura minore, delle
costruzioni (1,7%). La crescita è stata solo marginalmente superiore nel
Centro-Nord (+1,5%).
Gli investimenti privati nel Mezzogiorno sono cresciuti del
3,9%, consolidando la ripresa dell’anno precedente: l’incremento è stato
lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%).
Preoccupante, invece, la contrazione della spesa pubblica
corrente nel periodo 2008-2017, -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello
0,5% nel resto del Paese.
Il triennio di ripresa 2015-2017 ha confermato che la
recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni italiane, e tuttavia gli
andamenti sono alquanto differenziati.
Il grado di disomogeneità, sul piano regionale e settoriale,
è estremamente elevato nel Mezzogiorno.
Nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono le regioni
meridionali che hanno fatto registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente
+2%, +1,9% e +1,8%.
Si tratta di variazioni del Pil comunque più contenute
rispetto alle regioni del Centro-Nord, se confrontate al +2,6% della Valle
d’Aosta, al +2,5% del Trentino Alto Adige, al +2,2% della Lombardia.
In base alle previsioni elaborate dalla Svimez, nel 2018, il
Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere dell’1,4%, in misura maggiore di quello
delle regioni del Sud, +1%.
Ma è soprattutto nel 2019 che si rischia un forte
rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a
+1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud.
In due anni, un sostanziale dimezzamento del tasso di
sviluppo.
La crescita del Mezzogiorno, al di là della rilevanza dei
fattori locali, che pure hanno una loro rilevanza, è fortemente influenzata
dall’andamento dell’economia nazionale, e viceversa.
La crescita del Centro-Nord, al di là della sua maggiore
integrazione nei mercati internazionali, è altrettanto dipendente, per diverse
ragioni, dagli andamenti del Mezzogiorno.
Lo dimostra il fatto che nel periodo 2000-2016 le due
macro-aree hanno condiviso la stessa dinamica stagnante del Pil pro capite:
+1,1% in media annua.
Il ritmo di crescita è risultato del tutto insufficiente ad
affrontare le emergenze sociali nell'area.
Anche con la ripresa si sono allargate le disuguaglianze: è aumentata
l’occupazione, ma vi è stata una ridefinizione al ribasso della sua struttura e
della sua qualità: i giovani sono stati tagliati fuori, sono aumentate le
occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione. Pertanto la crescita dei
salari è stata “frenata” e non in grado di incidere su livelli di povertà
crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta
occupata.
Il divario nei servizi pubblici, la cittadinanza “limitata”
connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, ha inciso
sulla tenuta sociale dell’area e ha rappresentato il primo vincolo
all’espansione del tessuto produttivo.
E’ proseguita nel 2017, sia pur con un rallentamento a fine
anno, la crescita dell’occupazione: nel Mezzogiorno è aumentata di 71.000 unità
(+1,2%) e di 194.000 nel Centro-Nord (+1,2%).
Ma nel Sud è stata ancora insufficiente a colmare il crollo
dei posti lavoro avvenuto nella crisi: nella media del 2017 l’occupazione nel
Mezzogiorno è stata di 310.000 unità inferiore al 2008, mentre nel complesso
delle regioni del Centro-Nord è stata superiore di 242.000 unità.
In questi anni si è profondamente ridefinita la struttura
occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata dall’invecchiamento della
forza lavoro occupata.
Il dato più eclatante è il drammatico dualismo
generazionale: il saldo negativo di 310.000 occupati tra il 2008 e il 2017 nel
Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e
i 34 anni (-578.000), di una contrazione di 212.000 occupati nella fascia
adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli
ultra 55enni (+470.000 unità).
Nel Mezzogiorno si è delineata una netta cesura tra dinamica
economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso a muoversi dopo la crisi, e
una dinamica sociale che ha escluso una quota crescente di cittadini dal
mercato del lavoro, ampliando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce
della popolazione.
Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in
cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362.000 a 600.000
(nel Centro-Nord sono state 470.000). Il numero di famiglie senza alcun
occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno,
nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del
consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate
prevalentemente nelle grandi periferie urbane.
Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado
sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree
periferiche.
Preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors: la
crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto alla complessiva
dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario,
una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita
occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di
emergenza sociale sempre più allarmante.
Ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione
fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano (o
sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente
locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di
servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia.
In particolare, nel comparto socio-assistenziale il ritardo
delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per l’infanzia che quelli per
gli anziani e per i non autosufficienti.
Più in generale, l’intero comparto sanitario presenta
differenziali in termini di prestazioni che sono al di sotto dello standard
minimo nazionale come dimostra la griglia dei livelli essenziali di assistenza
nelle regioni sottoposte a piano di rientro: Molise, Puglia, Sicilia, Calabria
e Campania, sia pur con un recupero negli ultimi anni, risultano ancora
inadempienti su alcuni obiettivi fissati.
I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale
testimoniano le carenze del sistema sanitario meridionale, soprattutto in
alcuni specifici campi di specializzazione, e la lunghezza dei tempi di attesa
per i ricoveri. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sono
Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l’Emilia
Romagna.
I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e
ambulatoriali sono anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle
famiglie con il conseguente impatto sui redditi.
Strettamente collegato è il fenomeno della “povertà
sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie
gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle
famiglie italiane, soprattutto nel Sud: nelle regioni meridionali sono il 3,8%
in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto
troviamo la Lombardia
con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana.
I divari si confermano anche per quel che riguarda
l’efficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa all’anagrafe,
alle Asl e agli uffici postali.

Nessun commento:
Posta un commento