“Hikikomori” è
un termine giapponese che significa “stare in disparte” e descrive quelle
persone, principalmente giovani tra i 14 e i 30 anni, che decidono di ritirarsi
dalla vita sociale e di rinchiudersi nella propria camera da letto, senza aver
nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. In Giappone gli
Hikikomori sarebbero più di un milione e mezzo e nel nostro Paese
l’associazione Hikikomori Italia parla di almeno 100.000 casi.
Della diffusione di questa
forma di disagio giovanile in Italia, soprattutto in provincia di Verona, si
occupa Endrius Salvalaggio, in un articolo pubblicato su www.quotidianosanita.it.
Questo disagio esistenziale
è poco conosciuto, perché nuovo, colpisce ragazzi-adulti tra i 14 ed i 30 anni,
portandoli all’isolamento da tutto e tutti.
Pur essendo intelligenti,
sensibili e molto spesso più maturi della loro età, i giovani interessati da
questa forma di disagio non si sentono in grado di frequentare coetanei anzi si
vergognano, ritirandosi a vita isolata e disinteressandosi a qualsiasi tipo di
relazione.
A far luce su un fenomeno
così poco conosciuto è la dottoressa Marisa Galbussera, dell’ordine degli
Psicologi del Veneto e psicoanalista a Padova.
“Ne ho in cura più d’uno -
spiega - e vi posso dire che è una piaga che sta colpendo i ragazzi giovani e
che pochissimi ne parlano. Numeri precisi in Veneto ancora non ne abbiamo, ma
da quest’anno ci sono dei percorsi specifici per chi soffre di questa
patologia”.
A giugno di quest’anno, solo
nella provincia di Verona sono state oltre 20 le madri disperate che si
sono rivolte a degli specialisti.
Anche se questo tipo di
malattia è nuova, si può provare a tracciare con l’aiuto della dottoressa
Galbussera un profilo di chi soffre.
“Sono per la maggioranza
ragazzi maschi, adolescenti o giovani adulti, spesso figli unici, introversi,
intelligenti e sensibili, critici e negativi nei confronti della società. I
primi sintomi sono quelli di un isolamento graduale, che generalmente inizia
con il rifiuto di frequentare la scuola, ma che via via si traduce in un
allontanamento su tutti i fronti dalla società. Spesso, ma non sempre, usano
massicciamente il web e, a volte, sono violenti con i genitori”.
Questi ragazzi non sono
depressi, semmai la depressione arriva dopo un po’, e non vogliono nemmeno
essere aiutati perché sono convinti di stare bene.
“Non è semplice aiutarli -
aggiunge la dottoressa - perché spesso si rifiutano di rivolgersi allo
specialista. Occorre così intervenire sul contesto familiare per modificarne il
clima, prevedendo anche degli interventi a domicilio. In altri casi è il
giovane stesso che accetta di recarsi dal curante, perché si rende conto della
situazione di isolamento in cui versa e di come la sua vita e il suo percorso
di crescita si siano arrestati”.
In Giappone gli Hikikomori
sono più di un milione e mezzo e per il governo nipponico si tratta di un vero
allarme sociale. L’auspicio è che questo grave disagio non si diffonda in
maniera così massiccia anche da noi.
“Il percorso terapeutico -
specifica la dottoressa Galbussera - consiste nel trattare la condizione come
un ‘disturbo mentale’, con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci,
oppure come problema di socializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti
colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire”.
Il fenomeno, presente in
Giappone sin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a
diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti ed in Europa.

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