Da
tempo si parla della presenza in Italia di un numero consistente di lavoratori
poveri, di lavoratori le cui retribuzioni sono basse, soprattutto se
confrontate con quelle che vengono corrisposte in altri Paesi. Tale presenza è
confermata dal rapporto annuale 2024 dell’Istat.
In estrema sintesi i dati contenuti nel rapporto dimostrano che il lavoro povero è in crescita, che le retribuzioni perdono terreno e che la produttività del lavoro continua a ristagnare.
Nel 2022 erano 4,4 milioni i dipendenti privati che si collocavano nella fascia a bassa retribuzione (sotto la soglia del 60% del valore mediano) e giovani, donne e stranieri erano i più penalizzati.
Poi, in termini nominali, senza considerare l’inflazione cioè, tra il 2013 e il 2023 le retribuzioni lorde annue in Italia sono aumentate del 16%, cioè poco più della metà della media europea (30,8%). In Spagna e in Francia, l’aumento è stato del 22,7%, in Germania del 35%.
Questa tendenza, piuttosto costante nel corso dell’ intero decennio, si è manifestata ancora nel 2023: lo scorso anno, l’aumento degli stipendi in Italia è stato del 2,5%, in Francia del 4,4%, in Spagna del 5,3 e in Germania del 6,1%.
Ma il divario diventa ancora più evidente se si fa il confronto tra gli stipendi reali, cioè quelli analizzati tenendo conto dell’andamento dell’inflazione.
L’Italia è l’unico degli Stati europei nel quale gli stipendi reali sono calati tra il 2013 e il 2023.
Nel corso del decennio, il potere d’acquisto nell’Unione è aumentato in media del 3%, in Francia dell’1,1%, in Spagna del 3,2 e in Germania del 5,7%.
In Italia è calato del 4,5%.
E’ un dato che si è accentuato proprio negli ultimi due anni, quando cioè l’inflazione è cresciuta di più: rispetto al 2021, i lavoratori tedeschi hanno perso il 4,1% del loro potere d’acquisto, i francesi l’1,5 e gli spagnoli l’1,9%.
Quelli italiani il 6,4%.
Qual’è la principale causa di tale situazione?.
Secondo l’Istat è rappresentata dalla crescente precarietà del lavoro.
Infatti si può leggere nel rapporto: “la riduzione dei salari reali può essere associata alla crescente diffusione di tipologie contrattuali meno tutelate e a bassa intensità lavorativa, alle quali si è aggiunta negli ultimi anni l’erosione esercitata dalla crescita dell’inflazione”.
In Italia non solo chi è disoccupato ma anche chi lavora è esposto al rischio di povertà molto più che in altri Paesi europei.
La quota di occupati a rischio di povertà, secondo l’Istat, in Italia è aumentata costantemente, passando dal 9,5% del 2010 all’11,5% nel 2022, seguendo una tendenza che ha fatto aumentare notevolmente il divario rispetto alla media dell’Unione Europea, che nel 2022 era dell’8,5%.
Attualmente
solo in Spagna la quota di lavoratori a rischio di povertà (11,7%) supera
quella italiana, sia pur di poco, ma con la differenza che in Spagna quel dato
è in calo rispetto all’Italia. In Francia nel 2022 i lavoratori esposti al
rischio di povertà erano il 7,5%, in Germania il 7,2%.
E, più in generale, nel 2023 l’incidenza di povertà assoluta è risultata pari all’8,5% tra le famiglie e al 9,8% tra gli individui.
Si sono raggiunti, quindi, livelli mai toccati negli ultimi 10 anni, per un totale di 2.235.000 famiglie e di 5.752.000 individui in povertà.
Infine, la produttività del lavoro è rimasta stagnante.
Il Pil per ora lavorata è cresciuto di solo l’1,3% tra 2007 e 2023, contro il 3,6% in Francia, il 10,5% in Germania e il 15,2% in Spagna.
La conclusione da trarre dall’analisi dei dati appena riportati mi sembra evidente: è necessario che, nei prossimi anni, i salari siano contraddistinti, in Italia, da una crescita molto consistente.
Peraltro il raggiungimento di tale obiettivo non consentirà solamente di ridurre le diseguaglianze economiche a vantaggio dei lavoratori dipendenti ma rappresenterà una necessaria condizione affinchè si verifichi una notevole crescita del Pil, tramite la quale si potrà anche ridurre il rapporto tra deficit e debito pubblico e Pil.






