domenica 4 febbraio 2018

Oltre 3 milioni i lavoratori in nero. Necessario diminuirli


Sono 3,3 milioni i lavoratori irregolari in Italia. Questo è il principale risultato di una ricerca realizzata dal Censis e da Confcooperative. Si sostiene inoltre che il lavoro nero è aumentato in seguito alla crisi economica. E la sua notevole diffusione ha interessato molti settori produttivi. Le regioni dove tale fenomeno è risultato essere più consistente sono state la Calabria, la Campania e la Sicilia.
“Attraverso questo focus – ha affermato Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative - denunciamo ancora una volta e diciamo basta a chi ottiene vantaggio competitivo attraverso il taglio irregolare del costo del lavoro che vuol dire diritti negati e lavoratori sfruttati. Se le false cooperative sfruttano oltre 100.000 lavoratori, qui fotografiamo un’area grigia molto più ampia che interessa le tantissime false imprese di tutti settori produttivi che offrono lavoro irregolare e sommerso a oltre 3,3 milioni di persone”.
Nel periodo 2012-2015 (ultimi dati disponibili), mentre l’occupazione regolare si è ridotta del 2,1%, l’occupazione irregolare è aumentata del 6,3%, portando cosi a oltre 3,3 milioni i lavoratori in nero.
La crisi ha inciso negativamente sulla stabilità del reddito e del lavoro che per molti si è tradotto in una rincorsa affannosa a “un lavoro a ogni costo”, all’accettazione di condizioni lavorative peggiorative e, nello stesso tempo, alla diffusione di comportamenti opportunistici che hanno alimentato l’area dell’irregolarità nei rapporti di lavoro, l’evasione fiscale e contributiva, il riemergere di fenomeni di sfruttamento del lavoro.
Nel periodo 2012-2015 mentre nell’economia regolare venivano cancellati 462.000 posti di lavoro (260.000 riconducibili a lavoro svolto alle dipendenze e 202.000 nell’ambito del lavoro indipendente), la schiera di chi era occupato illegalmente cresceva di 200.000 unità, arrivando a superare quota 3,3 milioni.
All’espansione del lavoro irregolare ha contribuito in maniera prevalente l’occupazione dipendente (+7,4%), mentre sul fronte dell’occupazione regolare è stata la componente indipendente che, in termini relativi, ha subìto un maggiore ridimensionamento (-3,7%).
La graduatoria delle attività a più ampio utilizzo di lavoro sommerso ha visto ai primi posti quelle legate all’impiego di personale domestico da parte delle famiglie, secondo un tasso di irregolarità - dato dal rapporto fra occupati irregolari e il totale degli occupati - che ha sfiorato il 60% (quasi quattro punti in più nel 2015 rispetto al 2012).
“Va fatta una distinzione tra i livelli di irregolarità di una badante e quella di un lavoratore sfruttato nei campi o nei cantieri o nel facchinaggio. Il primo - ha rilevato sempre Maurizio Gardini - seppur in un contesto di irregolarità, fotografa le difficoltà delle famiglie nell’assistere un anziano, un disabile o un minore. Le famiglie evadono per necessità. Negli altri casi si tratta di sfruttamento dei lavoratori che nasce solo per moltiplicare i profitti e mettere fuori gioco le tantissime imprese che competono correttamente sul mercato”.
A seguire, ma con tassi più che dimezzati, è nell’ambito delle attività agricole e del terziario che si è registrato uno stock di occupati non regolari particolarmente rilevante: nel primo caso il tasso è del 23,4%, mentre nel secondo caso - e nello specifico delle attività artistiche, di intrattenimento e di altri servizi - risulta di poco inferiore (22,7%). Piuttosto elevata la quota di irregolari nel settore alloggi e ristorazione, con il 17,7%, e nelle costruzioni (16,1%).
Più contenuti rispetto alla media riferita al totale delle attività economiche (13,5%), ma in ogni caso in crescita nel 2015 rispetto al 2012, i valori relativi a trasporti e magazzinaggio (10,6%), al commercio (10,3%).
Sul piano territoriale, e riguardo all’incidenza del lavoro irregolare sul valore aggiunto regionale, Calabria e Campania hanno registrato le percentuali più alte (rispettivamente il 9,9% e l’8,8%), seguite da Sicilia (8,1%), Puglia (7,6%), Sardegna e Molise (entrambe con il 7,0%).
Nella ricerca non sono forniti i dati relativi al 2016 e al 2017. E’ difficile sapere quale sia stato l’andamento del numero complessivo dei lavoratori irregolari in questi ultimi due anni.
Io non credo che tale numero si sia ridotto. E’ probabile invece che i lavoratori irregolari siano aumentati o quanto meno siano rimasti stabili. Comunque, qualunque sia stato il loro andamento negli ultimi due anni, il numero degli irregolari è rimasto certamente molto consistente.
Pertanto ci si deve porre l’obiettivo di ridurre in misura rilevante i lavoratori in nero. Io ritengo infatti che solo una parte minoritaria di coloro che utilizzano lavoratori irregolari lo facciano per necessità, a parte il fatto che è necessario comunque contrastare anche il diffondersi di questa categoria di lavoratori in nero.
Le pubbliche amministrazioni soprattutto si devono impegnare per conseguire quell’obiettivo.
Innanzitutto accrescendo considerevolmente i controlli, sanzionando quanti si avvalgono di lavoratori irregolari. Ma anche, quando esternalizzano determinati servizi, impedendo che gli appalti siano affidati a imprese che sfruttano i lavoratori, non solo per la verità assumendoli in forme irregolari ma anche corrispondendo loro remunerazioni troppo basse.
Quando si sostiene, infatti, che sia necessario mettere di nuovo al centro delle politiche pubbliche il lavoro, ciò significa non solo promuovere interventi tendenti ad aumentare il numero degli occupati ma anche migliorare decisamente la qualità del lavoro, riducendo lo sfruttamento e la precarietà, altro fenomeno quest’ultimo che si è sviluppato in misura considerevole negli ultimi anni.

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