Recentemente Giorgia Meloni ha affermato, in una riunione del
suo partito, che vi sono ritardi nell’attuazione del Pnrr. Il premier ancora in
carica Mario Draghi ha sostenuto invece, in risposta alla Meloni, che non vi è
alcun ritardo. Chi ha ragione?
Probabilmente tutti e due.
Infatti, relativamente agli obiettivi fin qui indicatici dall’Unione europea, che riguardano principalmente la realizzazione di alcune riforme e l’inizio delle procedure per l’effettuazione degli investimenti pubblici previsti, ha ragione Draghi, nel senso che quegli obiettivi sono stati raggiunti, altrimenti la Ue non ci avrebbe già erogato le somme che ha realmente erogato al nostro Paese.
Ma per quanto concerne le spese effettuate però ci sono dei ritardi, non enormi, ma che non possono essere sottaciuti e che, se non superati, potrebbero non farci conseguire gli obiettivi previsti nel 2023.
A dimostrazione di quanto appena rilevato si può leggere quanto scritto dall’economista Gustavo Piga, peraltro non certo vicino a Giorgia Meloni:
“…Il programma di spesa approvato con l’Europa prevedeva la messa a terra di 13,8 (2020-21) più 27,6 (2022) miliardi, per un totale di 41,4, il 2% di Pil.
Già il Documento di economia e finanza del governo Draghi pubblicato la scorsa primavera aveva ridimensionato questi numeri, riducendo le somme spese nel biennio 2020-21 da 13,8 a 4,3 miliardi.
E’ venuto dunque subito a mancare alla crescita 2021 almeno lo 0,5% di crescita del Pil (se assumiamo un moltiplicatore pessimistico di circa 1 di tali investimenti) che avrebbero potuto già portare l’economia italiana a recuperare 7,1% e non 6,6% della perdita di Pil dovuta agli effetti del Covid nel 2020 (-9%).
Con Gaetano Scognamiglio e Francesco Bono avvertimmo per primi di tale allarmante trend e concludevamo purtroppo profeticamente: ‘la situazione richiede un’attenzione mirata per allinearci alle previsioni di spesa e suggerisce la necessità che, d’ora in avanti, il monitoraggio sia effettuato non solo sul conseguimento dei traguardi e degli obiettivi - che rappresentano spesso lo start del processo di attuazione delle misure e non un punto di arrivo - ma anche sull’andamento della spesa’.
Apparentemente così non è avvenuto, se il ministro
Franco nella recentissima nota di aggiornamento al Def ha corretto
ulteriormente per il 2022 le cifre originarie: dal 2020 al 2022 ci dobbiamo
aspettare che dei 41,4 miliardi solo 20,5, la metà, saranno spesi.
Anche il 2022 ha visto dunque altri 10 miliardi mancanti all’appello per abbeverare l’economia, riducendo la crescita potenziale del 2022 ad un 3,4% che avrebbe potuto essere il 4%, con una riduzione anche del rapporto debito-Pil.
In realtà la crescita 2022 avrebbe potuto essere più sostenuta, di fronte alla crisi mondiale, se il governo avesse - anche di fronte all’incapacità conclamata di fare i dovuti investimenti pubblici di cui sopra - mantenuto l’obiettivo programmatico di deficit-Pil al 5,6%, invece di quello con cui va a chiudersi l’anno, 5,1%: uno ‘scostamento al rovescio’ che non aveva motivo di essere e che avrebbe invece (senza contestazioni dall’Europa) potuto arricchire ulteriormente di 10 miliardi di aiuti a imprese e famiglie i recenti decreti del governo uscente.
In realtà, questo esecutivo ha chiaramente sempre sostenuto la priorità degli obiettivi di riduzione del rapporto deficit-Pil (obbligatori ai sensi dell’art. 10 del regolamento del Pnrr stesso, oltre a quelli senza immediato impatto sul Pil delle riforme in formato ‘traguardi-obiettivi’ del Pnrr, tutti apparentemente raggiunti.
Alla luce di ciò è difficile resistere alla tentazione di sospettare che il lento svilupparsi di cui sopra degli investimenti pubblici previsti dal Pnrr abbia avuto a che fare anche con tale miope riluttanza di mettere a rischio il quadro di finanza pubblica.
E’ altresì inevitabile ammettere che una ampia componente del fallimento attuale ha a che vedere con la scarsa capacità amministrativa delle nostre stazioni appaltanti, anche una volta tenuto conto della parziale giustificazione dell’aumento dei costi delle materie prime che ha portato a rivedere in corsa le dimensioni dei bandi di gara.
Da tempo ammonivamo che il tallone di Achille di questa gigantesca e necessaria operazione Pnrr era la assoluta mancanza di pensiero strategico-organizzativo sul come il nostro personale amministrativo avrebbe mai potuto assolvere la missione prevista senza un sostanziale investimento in capitale umano di qualità, ben remunerato, e una precisa riorganizzazione delle stazioni appaltanti sul territorio, prediligendo l’ideale ambito provinciale appropriatamente coordinato.
Avevamo anche messo in guardia delle conseguenze di una simile macroscopica disattenzione italo-europea: si sarebbe finiti presto, dati anche i tempi stretti, a fare gare grandi, meno utili, meno sostenibili in senso sociale ed ambientale, e a finire comunque per perdere una parte significativa dei finanziamenti.
Se il prossimo governo intende rimediare a tutto
ciò deve pretendere che il Pnrr sia modificato sotto queste due dimensioni:
primo, il rientro di deficit-PIL che dobbiamo mettere in atto per l’anno 2023
su cui incombe una recessione non deve essere quello previsto ad aprile di
quest’anno, quando per il 2023 ci si attendeva una crescita del 2,4%; secondo,
va rinegoziata con Bruxelles (assieme al Portogallo che se ne è fatto
meritoriamente primo portavoce) la scadenza del Pnrr di almeno un anno e va
richiesto uno storno di una decina miliardi di euro per la creazione di una
nuova governance delle nostre stazioni appaltanti. E’ in gioco come sempre il
futuro dell’Unione europea”.
Comunque al di la di queste due ultime proposte, risulta evidente che l’attuazione degli investimenti previsti nel Pnrr si è scontrata con un problema strutturale della nostra Pubblica Amministrazione, la ridotta e lenta capacità di spesa, causa peraltro dei ritardi che in passato hanno spesso caratterizzato l’utilizzo dei fondi, di altra natura, concessi dall’Unione europea.

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