domenica 23 ottobre 2022

In Qatar più di 6.500 lavoratori immigrati morti per i mondiali di calcio

Più di 6.500 lavoratori immigrati sono morti in 10 anni per costruire gli stadi di calcio in Qatar, Paese che ospiterà la Coppa del mondo del 2022. Questa è l’analisi del “Guardian”, giornale inglese, che spiega anche come la maggior parte delle vittime siano lavoratori immigrati trattati come dei veri e propri schiavi.

Il Qatar è il primo Paese arabo che ospiterà i Mondiali di calcio: dopo l’assegnazione nel dicembre 2010, è iniziato un maxi-piano per la costruzione degli impianti. Sette stadi, un nuovo aeroporto, strade, sistemi di trasporto pubblico, hotel e una città per la finale.

I lavori però sono costati una media di 12 vittime a settimana: più di 6.500 in totale.

I dati provenienti da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka hanno rivelato che sono state 5.927 le persone morte dal 2011 al 2020.

A questi si uniscono i dati dell’ambasciata del Pakistan in Qatar che hanno segnalato altri 824 decessi sul lavoro di cittadini pakistani.

Ai 6.500 morti vanno aggiunti i decessi di immigrati da altri Paesi come Filippine e Kenya  e le vittime degli ultimi mesi del 2020.

La maggior parte dei decessi è per cause naturali, in special modo insufficienza cardiaca  o respiratoria acuta. Diversi i decessi causati da stress termico: un rapporto dell’Onu stabilisce che per almeno 4 mesi all’anno i lavoratori hanno faticato sotto le temperature  del Qatar (che oscillano intorno ai 40° d’estate, arrivando fino ai 48°  quando ci sono le correnti desertiche).

Le famiglie delle vittime sono state lasciate senza risarcimenti o spiegazioni su come siano morti i loro cari.

Un portavoce del governo a Doha ha affermato che l’elevato numero di decessi è proporzionato alla quantità dei lavorati impiegati, oltre due milioni, pur sottolineando che ogni morte sul lavoro “è una tragedia”.

Il portavoce ha inoltre spiegato che tutti i cittadini e gli stranieri dispongono di un’assistenza sanitaria gratuita di prima classe. Versione smentita dagli avvocati  delle vittime, secondo i quali il Qatar non consente un’autopsia  per chiarire le morti “inaspettate e improvvise”.

“Con le misure di salute e sicurezza molto rigorose in loco… la frequenza degli incidenti nei cantieri della Coppa del Mondo Fifa è stata bassa rispetto ad altri importanti progetti di costruzione in tutto il mondo”, ha detto la Fifa, organo di governo del calcio mondiale, senza però fornire prove, come sottolinea sempre il “Guardian”,

La gran parte dei lavoratori immigrati sono stati trattati come degli schiavi.

Si è verificato infatti un totale loro assoggettamento al datore di lavoro. Vale a dire il sistema della kafala, la cosiddetta sponsorizzazione, che impedisce al dipendente di lasciare il Paese o di cambiare lavoro senza il necessario permesso.

Il patrocinio da parte del datore è dunque fondamentale nell’applicazione delle condizioni contrattuali per l’impiego dei lavoratori migranti, dal momento che uno straniero necessita di uno sponsor (kafeel) per superare le frontiere.

Non era il governo ad assegnargli uno status giuridico, bensì il datore stesso, responsabile di tutte le condizioni formali, dal permesso di soggiorno alla cessazione del rapporto, dal cambio di sponsor a qualsiasi altra autorizzazione.

A fronte di molteplici pressioni internazionali, iniziate proprio con l’assegnazione del Mondiale, il Qatar è intervenuto pesantemente sul sistema della kafala nel settembre del 2020, dopo oltre un decennio, e pochi operai hanno potuto usufruire del nuovo regime, approvato a soli due anni dal fischio d’inizio iridato.

I lavoratori immigrati, giunti in prevalenza dall’Asia meridionale (Nepal, India, Bangladesh e Filippine) ma anche dall’Africa, soprattutto da Ghana e Kenya, si sono a lungo ritrovati in un vicolo cieco che prevedeva un’espressa autorizzazione da parte del datore per cambiare lavoro o per abbandonare il Qatar.

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