Secondo un’indagine promossa
da Banca Ifis, le aziende del comparto del bello, quelle dell’economia della bellezza,
rappresentavano nel 2021 il 24,1% del
Pil nazionale, dimostrandosi più resilienti rispetto a quelle di altri settori,
e si aprono al concetto di responsabilità sociale.
L’elemento di grande novità che emerge dall’indagine di Banca Ifis è come si è evoluto negli ultimi anni il concetto stesso di economia della bellezza, che è diventata nel 2021 la convergenza di due anime dell’economia italiana: imprese della bellezza “made in Italy” e imprese “purpose-driven. La bellezza, dunque, si evolve e si arricchisce del “purpose”.
L’economia della bellezza si definisce in quanto “valorizzazione del nostro patrimonio culturale, architettonico, enogastronomico, di tradizioni, di identità”
Le imprese “purpose-driven” sono quelle che agiscono in modo responsabile e concreto, generando un impatto positivo per la comunità, l’ambiente e le persone.
L’impatto di questo comparto, considerato nel suo insieme, sul Pil italiano è del 24,1%.
L’8,4% di questa quota è rappresentato da aziende “purpose-driven”: 46.000 aziende che producono 650 miliardi di euro all’anno.
Queste imprese rappresentano 11 settori produttivi, a dimostrazione che la scelta di avere un impatto positivo su comunità e territori prescinde dalla tipologia di business e dai mercati di riferimento.
Senza includere le aziende “purpose-driven”, l’impatto dell’ecosistema economia della bellezza sul Pil italiano è passato dal 17,2% del 2019 al 15,7% del 2021. Una flessione dovuta soprattutto al calo dei flussi turistici derivanti dalle restrizioni sulla mobilità ma che conferma comunque la resilienza di queste aziende che hanno contribuito al recupero del Pil nazionale, con un calo dei ricavi dal 2019 al 2021 dello 0,7%, molto più contenuto dunque rispetto al 4,6% delle altre imprese fuori perimetro.
Sono risultati 6 gli ambiti principali su cui si incentrano le imprese “purpose-driven”: 1) parità di genere, 2) sostenibilità (sociale, economica e ambientale), 3) partecipazione e democratizzazione, 4) diversità generazionale, 5) benessere dei lavoratori, 6) territorio e comunità locale.
La scelta di costruire un’attività fondata sui valori oltre che sul profitto non è un fenomeno esclusivo degli ultimi anni: l’89% di queste imprese sono già consolidate sul mercato mentre l’11% è nato dal 2018 ad oggi.
Dallo studio è emerso un ulteriore nuovo trend: la diffusione dei modelli di business “purpose-driven” non è una moda ma una richiesta dei clienti.
Sostenibilità ambientale, rispetto dei lavoratori, attenzione ai diritti, sono alcuni degli obiettivi delle imprese che il consumatore valuta, superando la concezione che porrebbe sostenibilità sociale e sostenibilità ambientale come due concetti contrapposti.
I clienti si stanno quindi trasformando da semplice pubblico ad attori critici al centro della scena che vogliono interagire, conversare, condividere, osservare e giudicare.
In particolare, gli italiani sono sempre più interessati ad approfondire i valori e il modello di business delle imprese e, di conseguenza, sono importanti anche le modalità di comunicazione che l’azienda usa per veicolare il proprio impegno sociale o ambientale: il 31% degli italiani ascolta la voce dei dipendenti dell’impresa, il 30 consulta bilanci di sostenibilità e altri report e rendiconti, un altro 29% si affida alle certificazioni di organismi indipendenti.

Nessun commento:
Posta un commento