In Italia prevalgono per
trovare un lavoro i cosiddetti canali informali, “buoni” (reputazione,
promozione personale) e “cattivi” (raccomandazioni, combine). Non è certo una
novità. Ma una recente indagine, Inapp-Plus, conferma tale situazione e
approfondisce le sue caratteristiche.
Secondo questa indagine il 23% degli occupati ha trovato lavoro tramite amici e parenti, il 9% tramite contatti stabiliti nell’ambiente lavorativo.
Complessivamente i canali informali di ricerca hanno determinato il 56% dell’occupazione negli ultimi dieci anni: circa 4,8 milioni di posti.
Pertanto l’informalità pervade la mediazione tra domanda e offerta di lavoro.
E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), che prende in esame i dati dell’indagine Inapp-Plus, che da oltre 15 anni analizza la dinamica dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
“La prevalenza dell’accesso all’occupazione tramite i canali informali rappresenta ormai un tratto strutturale del mercato del lavoro italiano - ha affermato Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp - con distorsioni rilevanti sulla qualità dell’allocazione delle risorse umane.
I dati mostrano che i canali formali (a parte i concorsi pubblici ci si riferisce prevalentemente ai centri per l’impiego) intermediano le posizioni lavorative meno retribuite, prevalentemente non standard e caratterizzate da bassi livelli di istruzione.
Chiudendo di fatto i canali formali di accesso pubblico alle posizioni migliori si restringe il campo della contendibilità e si riduce l’area di scelta per gli stessi datori di lavoro, compromettendo spesso la valorizzazione del merito e il funzionamento del cosiddetto ‘ascensore sociale’.
C’è da domandarsi perché ciò accada, ma sicuramente ciò riflette il perfetto incontro tra riluttanza delle imprese a comunicare posti vacanti di elevata qualità ai servizi per l’impiego e riluttanza delle persone più qualificate a cercare occupazione rivolgendosi ai servizi per l’impiego.
Tutto ciò comporta nel lungo periodo un impoverimento del capitale sociale e, una perdita di qualità e di efficienza dell’intero sistema economico”.
In assoluto, il canale di ricerca cresciuto maggiormente negli ultimi dieci anni è l'autocandidatura, passato dal 13% al 18%, probabilmente anche in relazione al ruolo crescente dei social media.
L’occupazione generata dalle piccole imprese private (1-5 e 6-10 addetti), che rappresenta il 40% del totale del settore privato, passa in maniera consistente attraverso l’intermediazione informale (oltre il 60%).
“Sebbene solo il 2% degli occupati dichiari di avere trovato lavoro tramite app o social network - continua Fadda - tuttavia, l'intermediazione digitale, se non adeguatamente regolata, rischia di alimentare ulteriormente l’informalità. Basti pensare che si è passati dal 25% degli occupati che nel 2000 dichiaravano di aver fatto ricorso a Internet durante la fase di ricerca di lavoro, al 50% del 2010, fino al 75% del 2021”.
Tra i canali formali, si è ridotto il ruolo dei concorsi pubblici (10% per chi ha trovato lavoro, sette punti percentuali in meno rispetto a dieci anni prima), effetto della riduzione del perimetro del settore pubblico e del blocco del turn-over nella P.A.
Si è registrata, inoltre, un crescente (ma comunque sempre inferiore rispetto ai principali canali informali) ricorso alle agenzie private ed ai job center delle istituzioni scolastiche e formative, andamento dovuto anche alla loro più recente istituzionalizzazione.
Tale situazione determina diverse conseguenze negative:
limita la contendibilità delle opportunità;
crea inefficienza allocativa (le posizioni migliori non sono appannaggio delle persone migliori);
impoverisce il capitale sociale, relazioni opache generano favoritismo, depressione, “working poor”;
ostacola le pari opportunità;
inibisce la capacità di selezione del mercato: svilisce il merito, l’istruzione e la professionalità;
produce collocazioni inefficienti che nel lungo periodo creano perdite di produttività, efficienza e qualità;
alimenta la cosiddetta fuga dei cervelli, ovvero il capitale umano migliore se ne va dove viene riconosciuto;
contribuisce alla (im)mobilità sociale, in quanto il lavoro si eredita, e quindi frena l’ascensore sociale.
In un mercato del lavoro esposto a complesse ricomposizioni e transizioni profonde servirebbe un soggetto pubblico che sostenga adeguatamente tutti i processi di allocazione e di riallocazione della forza lavoro, oltre che le persone che fanno più fatica.
I centri per l’impiego trattano ora prevalentemente una utenza debole (il 32% ha le medie inferiori) e riescono a condurre al lavoro poco più del 4% della loro utenza.
La retribuzione di chi ha trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego è la dimostrazione più evidente della qualità delle occasioni che vengono loro conferite: 23.300 euro lordi all’anno, contro, per avere un riferimento, i 35.000 di chi ha vinto un concorso pubblico o i 32.600 di chi ha trovato lavoro nell’ambiente professionale.
Non è tutto, anche la quota di laureati che hanno trovato lavoro attraverso i servizi per l’impiego è la più bassa (23%) dopo quella delle agenzie interinali (20%).
Dunque, c’è da un lato un problema di carenza di opportunità di qualità e dall’altro c’è l’onere di trattare una utenza particolarmente fragile.
“Per questo - conclude Fadda - urge un piano di rafforzamento dei centri per l’impiego che superi il limite di un mero incremento numerico del personale con interventi radicali sul piano della chiarezza delle funzioni da svolgere, delle competenze degli addetti e della efficienza organizzativa.
Per un miglioramento complessivo del funzionamento del mercato del lavoro i centri per l’impiego devono essere potenziati anche nella loro interconnessione con le imprese, i servizi dell’orientamento, i servizi formativi, gli altri organismi operanti nell’intermediazione e con tutti gli altri strumenti e soggetti delle politiche del lavoro.
Ovvero, ai centri per l’impiego bisogna attribuire un ruolo attivo nel mercato del lavoro e offrire le condizioni per poterlo svolgere”.
Non c’è dubbio che i centri per l’impiego debbano essere rafforzati.
Però, di un loro potenziamento si parla da anni, con scarsissimi risultati.
Quindi è legittimo essere scettici sul fatto che, almeno nel breve periodo, si riesca effettivamente a rafforzarli.
Anche perché la prevalenza dei canali informali nella ricerca di un lavoro dipende non solamente dall’assenza di valide alternative, non informali, ma da una cultura profondamente radicata sia in coloro che cercano un lavoro sia nelle imprese che lo offrono. Peraltro, in quest’ultimo caso, incide la presenza in Italia di molte micro e piccole imprese.
E, quindi, il prevalere di canali informali conviene, almeno apparentemente, sia a chi cerca un lavoro, abituato a fare affidamento sulla propria famiglia e sulle conoscenze e sulle raccomandazioni, ed anche quindi al sistema politico, sia alle imprese che, in quel modo, sono in grado di controllare l’ingresso dei nuovi occupati.
Infine, essendo in Italia la cultura del merito insufficientemente diffusa, sarà molto difficile che i canali informali, in breve tempo, riducano la loro importanza.

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