Lo Sri
Lanka, in passato chiamato Ceylon, sta vivendo la peggiore crisi istituzionale ed economica dal
1948, l’anno in cui il Paese ottenne l’indipendenza dal Regno Unito. Il
presidente in carica Gotabaya Rajapaksa è fuggito, come del resto il fratello
minore Basil Rajapaksa, ministro delle Finanze. Il governo della famiglia
Rajapaksa ha avuto per ora termine in seguito alle ripetute manifestazioni
popolari. I manifestanti avevano occupato anche la sede della presidenza.
Il sei volte primo ministro Ranil Wickremesinghe ha prestato giuramento come presidente dello Sri Lanka, in vista della formazione di un governo di unità cui toccherà il non facile compito di guidare il Paese nel mezzo di una crisi economica e sociale senza precedenti.
Alla vigilia del giuramento, migliaia di manifestanti hanno protestato contro il neo presidente, ritenuto troppo vicino al suo predecessore.
Quanto sta succedendo in Sri Lanka ci dovrebbe interessare anche perché molti abitanti dello Sri Lanka sono immigrati in Italia.
E comunque ci dovrebbe interessare perché la situazione in Sri Lanka è contraddistinta dal fatto che molti dei suoi abitanti si trovano in condizioni di vita precarie, molto difficili, colpiti da una vera e propria crisi alimentare.
L’attuale
sconvolgimento politico era annunciato da tempo. L’amministrazione Rajapaksa è
accusata di aver contribuito alla grave crisi economica che da mesi sta
causando al Paese continui blackout e carenze di cibo, carburante e medicinali.
Per capire le
origini della rivolta popolare, bisogna fare un salto indietro fino allo scorso
31 marzo, quando consistenti manifestazioni contro il governo hanno preso corpo
nella capitale del Paese, Colombo.
Allora lo Sri
Lanka ha dovuto dichiarare l’emergenza nazionale e imporre il coprifuoco per
cercare di sedare le proteste contro il presidente Gotabaya Rajapaksa - eletto
nel 2019 ed esponente di una dinastia politica corrotta - accusato di aver
mandato il Paese in bancarotta.
Il crac
economico è legato a doppio filo alla famiglia Rajapaksa, che ha amministrato
per oltre due decenni il Paese come un’impresa di famiglia, privando lo
Sri Lanka delle sue ricchezze a totale vantaggio degli esponenti della
famiglia.
Molti cingalesi
si sono trovati così senza benzina e beni di prima necessità, poiché lo Sri
Lanka non è più in grado di importarli. E’ scattato così l’allarme della crisi
alimentare: secondo l'Onu, circa l'80% della popolazione è costretta
a saltare i pasti perché non può più permettersi di comprare cibo.
Alla radice
della crisi alimentare viene indicata anche la scelta di Rajapaksa, che risale
all'aprile del 2021, di imporre un improvviso divieto sui fertilizzanti
chimici.
La decisione
ha colpito gli agricoltori e le loro terre, che hanno visto il raccolto ridursi
tra il 40 e il 60%, sufficiente appena per sfamare i nuclei familiari dei
coltivatori.
Lo scorso
maggio, il Paese asiatico è andato in default per la prima volta nella sua
storia, entrando nella peggiore crisi finanziaria degli ultimi 70 anni.
A metà aprile,
infatti, Colombo ha imposto un freno al rimborso del debito estero (circa 51
miliardi di dollari) e aveva accettato di trattarne la ristrutturazione con il
Fondo monetario internazionale, che dovrebbe versare nelle casse del Paese
circa 3 miliardi di dollari.
Alla grave
crisi economica, si è aggiunto anche il crollo del turismo, su cui si fonda
l’economia nazionale, a causa del Covid.
Il settore
turistico aveva preso slancio dopo la fine della guerra civile terminata nel
2009, quando l’allora ministro della Difesa Gotabaya Rajapaksa su ordine
del fratello Mahinda, allora presidente, decimò la minoranza Tamil (che rappresenta
parte dei 22 milioni di abitanti del paese, oltre a musulmani e cingalesi) con
un’offensiva spietata.
L’ex presidente Rajapaksa, è accusato, infatti, anche di crimini di guerra.

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