La
Banca centrale europea, nella recente riunione del Consiglio direttivo, ha
deciso di aumentare i tassi di interesse ufficiali di 50 centesimi ed ha
annunciato le principali caratteristiche del cosiddetto “scudo anti-spread”,
denominato Tpi, (Transmission protection instrument).
Molto probabilmente, se alla guida della Bce fosse ancora Mario Draghi, in entrambi i casi le decisioni della Bce sarebbero state più coraggiose e soprattutto più corrette.
Infatti, a mio avviso, entrambe le decisioni sono, almeno in parte, criticabili.
L’aumento dei tassi, innanzitutto, è stato eccessivo (nel giugno scorso era stato previsto un incremento di soli 25 centesimi).
L’aumento dei tassi è stato adottato per contrastare l’inflazione.
Ma l’aumento dei tassi deve essere considerato eccessivo, almeno per due motivi.
In primo luogo, perché in Europa l’incremento del tasso di inflazione è dovuto ad un aumento dei costi e non della domanda. E quando ci si trova di fronte ad un’inflazione da costi una stretta monetaria è poco efficace. Risulta efficace solo se incide sulle aspettative relative all’inflazione, e quest’ultimo obiettivo poteva essere ottenuto anche se l’aumento dei tassi fosse stato solamente di 25 centesimi.
Inoltre un eccessivo aumento dei tassi di interesse può contribuire a quel rallentamento della crescita economica che, in Europa, è già presente da alcuni mesi e che dovrebbe essere contrastato, non favorito, anche da un’accorta politica monetaria.
Peraltro, nelle ultime settimane, l’aumento dei prezzi dei prodotti energetici, alla base dell’incremento del tasso di inflazione, sembra essersi attenuato.
Quindi sarebbe stato quanto meno opportuno limitarsi, se si voleva proprio aumentare i tassi di interesse, ad un incremento di 25 centesimi, per poi verificare, nei prossimi mesi, se fosse davvero necessario aumentare ancora i tassi.
Per quanto concerne lo scudo anti-spread, è bene innanzitutto precisare che è uno strumento necessario soprattutto per fare in modo che gli effetti della politica monetaria si esplichino, nella stessa misura, in tutti i Paesi dell’Unione europea.
Infatti è del tutto evidente che se lo spread, cioè la differenza tra i tassi di interesse che si verificano in un determinato Paese e i tassi che si determinano in un altro o in altri Paesi, si modifica in modo consistente, un aumento, eventuale, dei tassi deciso dalla Bce può provocare un incremento diverso nei tassi di interesse dei vari Paesi.
Ma lo scudo previsto dalla Bce presenta alcuni limiti, il principale dei quali consiste nell’essere discrezionale e non automatico.
In sostanza dipenderà dalla Bce se utilizzarlo per un determinato Paese, quando in quel Paese varia lo spread, Bce che dovrà sì rispettare delle condizioni già esplicitate ma che sono condizioni abbastanza generiche e che quindi potranno determinare una notevole discrezionalità nelle scelte che potrà effettuare la Bce.
E’ noto che nel Consiglio direttivo vi sono componenti che la pensano anche in modo molto diverso fra di loro relativamente alle decisioni della Bce, i cosiddetti “falchi” e le cosiddette “colombe”.
E sarà possibile, in considerazione proprio della discrezionalità insita nello scudo prospettato dalla Bce, che nell’utilizzarlo o meno, per un determinato Paese, prevalgano valutazioni politiche e non solo valutazione di natura tecnica.
Concludo, quindi, come avevo iniziato: se al posto di Christine Lagarde ci fosse stato, come presidente della Bce, Mario Draghi, molto probabilmente le decisione della Banca centrale europea sarebbero state diverse e più efficaci.

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