giovedì 26 luglio 2018

Dopo la crisi aumentano le immatricolazioni nelle università


E’ stato recentemente presentato il rapporto biennale 2018 dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) sullo stato del sistema universitario e della ricerca, in Italia. Alcune buone notizie sono contenute nel rapporto: sale il numero dei laureati e quello delle immatricolazioni, mentre calano gli abbandoni.

Nell’introduzione al rapporto emergono i principali contenuti delle analisi effettuate dall’Anvur.

Alla preoccupante fase di flessione delle immatricolazioni, legata alla crisi economica, è seguito un progressivo recupero. Nel 2017/18 si sono immatricolati 291.000 studenti, segnando un incremento di 22.000 unità (8,2%) rispetto al punto di minimo toccato nel 2013/14. Nonostante il calo demografico, si è tornati sul livello registrato nel 2008/09.

Un dato particolarmente positivo, che va nella direzione di attenuare storiche diseguaglianze di opportunità, è il recente forte aumento dei diplomati provenienti da istituti tecnici o professionali che decidono di iscriversi all’università; rappresentano tuttavia ancora solo un quinto di questa categoria di diplomati.

Si è verificato il “sorpasso” delle immatricolazioni nei corsi dell’area scientifica (36%) rispetto a quelle dell’area sociale (34%) e umanistica (20%): è probabile che le migliori prospettive occupazionali delle lauree della prima area abbiano pesato nelle scelte, anche se con il ritorno all’università di studenti più “deboli” la tendenza potrebbe modificarsi nei prossimi anni.

La quota di immatricolati di nazionalità straniera è in crescita, ma molto bassa nel confronto internazionale, segnalando due distinti problemi: la scarsa attrattiva nei confronti dell’estero del sistema universitario e la difficoltà nel proseguimento degli studi da parte dei figli di immigrati.

Anche gli indicatori riguardanti la regolarità e il successo dei percorsi di studio mostrano ampi miglioramenti e, al tempo stesso, la necessità di realizzarne ulteriori.

La percentuale di abbandoni degli studi tra il I e il II anno, uno snodo cruciale nella “carriera” degli studenti, in quattro anni è scesa da quasi il 15% a poco più del 12% degli immatricolati nel 2016/17, per i corsi triennali, dal 9,6% al 7,5% per quelli a ciclo unico.

La riduzione degli abbandoni è particolarmente accentuata tra i diplomati da istituti tecnici o professionali, ma i valori che si registrano per queste categorie di studenti rimangono ancora molto elevati.

La quota di studenti che si laurea a distanza di 3 anni dall’iscrizione a un corso triennale (laureati “regolari”) è aumentata in quattro anni di 6 punti percentuali, raggiungendo il 31% per la “coorte” immatricolata nel 2013/14.

La maggiore regolarità e la minore dispersione nei percorsi di studio ha innalzato la quota di laureati sulla popolazione: l’aumento nell’ultimo triennio è stato pari a 2,7 punti tra i 25-34enni, riducendo il divario rispetto alla media europea di un punto percentuale; permane tuttavia un ampio ritardo, pari a 12,1 punti percentuali nel 2017.

Esso è quasi interamente attribuibile alla formazione terziaria a carattere professionale, che ha ancora una dimensione trascurabile nel nostro Paese, e ai cicli universitari brevi (corsi triennali).

Se si restringe l’analisi ai cicli universitari di II livello (per l’Italia, magistrali o di vecchio ordinamento), la quota di laureati in rapporto alla popolazione già nel 2016 è in linea con la media europea e superiore al Regno Unito e alla Germania.

Nel 2013 i corsi di dottorato hanno subìto un intervento di razionalizzazione, che negli anni successivi ha determinato, da un lato, una riduzione del numero dei corsi e degli iscritti senza borsa di studio e, dall’altro, un aumento dei componenti dei collegi e un miglioramento della loro qualità scientifica.

In un mercato del lavoro che rimane difficile, la performance dei laureati è andata migliorando negli ultimi anni, sia in termini assoluti sia rispetto ai diplomati.

Il tasso di occupazione dei giovani laureati (25-34 anni) è salito dal 61,9% nel 2014 al 66,2% nel 2017. Negli stessi anni, quello dei diplomati è rimasto sostanzialmente stabile e inferiore al 64%.

Dal picco del 2014 (17,7%), il tasso di disoccupazione dei giovani laureati è sceso ogni anno, fino al 13,7% nel 2017, livello inferiore di 2 punti percentuali a quello dei giovani diplomati (nel 2010 il divario era di segno inverso e pari a 3 punti).

Su questi risultati può aver influito la maggior rispondenza della formazione universitaria alle competenze richieste dal mondo del lavoro, delle professioni e dell’innovazione.

Dal 2008, anno in cui ha toccato il suo massimo storico, il numero di docenti universitari ha registrato un calo ininterrotto fino a stabilizzarsi nel biennio 2016-17 su un livello inferiore del 13,1%. A causa dei limiti posti al turnover, il reclutamento è stato in media pari a un terzo del flusso in uscita, dovuto essenzialmente ai pensionamenti.

Questa flessione ha innalzato il numero di studenti per docente che oggi è fra i più alti dell’area Ocse. Le carenze più acute si registrano nel Nord-Ovest, dove più intensa è stata la ripresa delle immatricolazioni.

Una flessione rispetto al 2018 ancora più accentuata (15,7%) ha interessato il personale tecnico-amministrativo.

La presenza femminile nell’università consolida una situazione di prevalenza tra gli studenti, i laureati e i dottori di ricerca; nel corpo docente registra una crescita costante e regolare, in linea con quanto avviene negli altri Paesi.

Tuttavia, la componente maschile resta considerevolmente superiore a quella femminile tra i docenti di tutte le fasce e soprattutto in quelle apicali.

Molte delle difficoltà segnalate, che permangono nonostante i progressi degli ultimi anni, vanno affrontate anche con adeguate risorse.

Per favorire ulteriori aumenti delle immatricolazioni, va innanzitutto rafforzato il corpo docente.

Inoltre, occorrono azioni più incisive per potenziare l’offerta formativa terziaria professionalizzante, in linea con le esperienze degli altri Paesi, e un sostegno pubblico più ampio al diritto allo studio. Del resto ciò che ci differenzia in negativo dal resto dell’Europa è soprattutto l’assenza di una formazione terziaria professionalizzante, paragonabile alle Fachhochschulen tedesche; da noi esistono solo gli Its (istituti tecnici superiori), corsi biennali non universitari, con appena 4.000 iscritti ogni anno.

Interventi sono necessari anche per correggere la scarsa attrattiva del sistema universitario nei confronti degli studiosi stranieri e la limitata mobilità dei docenti.

In un articolo di Andrea Gavosto, pubblicato su www.lavoce.info, si evidenzia però un limite del rapporto Anvur: mancano indicatori per una valutazione della qualità della didattica, sebbene si preannunci un uso più diffuso dei questionari degli studenti (che peraltro possono fornire giudizi distorti nelle classificazioni).

Sulla qualità e sul suo monitoraggio è necessario tenere alta l’attenzione, aggiunge Gavosto: l’aumento dei laureati è avvenuto, infatti, in presenza di una riduzione delle risorse economiche (-20% in termini reali rispetto al 2008) e dei docenti (-13%), per effetto del pensionamento di numerosi ordinari e dei limiti posti al turnover.

Il rischio, conclude Gavosto, è che con l’aumento dei frequentanti e il sovraffollamento delle aule, l’insufficienza delle risorse investite nel personale e nella didattica porti alla lunga a un abbassamento della qualità media.

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