Secondo recenti dati
Istat la povertà assoluta è notevolmente cresciuta nel 2017. Se ne è discusso
molto. Meno frequentemente però si è tentato di comprendere chi sono i poveri e
perché, nonostante la crescita del Pil, il loro numero è aumentato. Provano a
rispondere a queste domande Massimo Baldini e Francesco Daveri in due articoli
pubblicati su www.lavoce.info.
In effetti, nel 2017, rispetto all’anno precedente, il
numero delle famiglie in povertà assoluta è aumentato, secondo l’Istat, di 158.000
unità, passando dal 6,3 al 6,9% del totale.
Anche altri dati, senza dubbio interessanti, possono essere
considerati.
Nel 2017 c’erano, appunto, in Italia 158.000 famiglie povere
in più rispetto all’anno precedente (1 milione e 778.000 contro il milione e
619.000 del 2016).
L’aumento del numero dei nuclei in povertà assoluta ha coinvolto
sia le famiglie italiane che quelle composte da soli stranieri.
La variazione assoluta è maggiore per le prime (+184.000)
rispetto alle seconde (+56.000). Ma sul totale del rispettivo gruppo
l’incidenza della povertà cresce di più per le famiglie straniere (+3,5 punti
percentuali) contro il +0,7 per cento delle famiglie italiane.
Dati più disaggregati mostrano che è aumentata la
percentuale di famiglie povere di soli italiani al Nord (dal 2,6 al 3,1% del
totale) e - più nettamente - al Sud (dal 7,5 al 9,1%), mentre al Centro il dato
è in lieve calo.
Ma i dati Istat del 2017 confermano chiaramente che per le
famiglie costituite di soli stranieri (sono 1,6 milioni) il rischio di essere
in povertà assoluta continua a rimanere di sei volte (29,2 diviso 5,1) più
elevato rispetto a quello che pende sui 23,8 milioni di famiglie italiane.
E’ più o meno la stessa sproporzione che si osservava nel
2016.
Pur essendo solo il 6,6% delle famiglie residenti in Italia,
quelle di soli stranieri rappresentano il 27% di tutte le famiglie povere e il
32% degli individui poveri.
E questi dati non sono solo aride statistiche, ma hanno una
grande rilevanza politica.
Ad esempio, nella versione delineata nel contratto del
governo del cambiamento (articolo 19, pagina 34), si evince che dal reddito di
cittadinanza gli stranieri sarebbero esclusi.
Quindi la principale misura anti-povertà del nuovo esecutivo
- poiché riservata ai cittadini italiani, per ridurne i costi per lo Stato e
per ottenere il gradimento della Lega - escluderebbe dai potenziali beneficiari
circa un terzo (il 32%) dei potenziali destinatari.
Proprio quelli che secondo i dati Istat ne avrebbero più
bisogno. E ciò avverrebbe perché queste persone non sono cittadini italiani pur
risiedendo nel nostro Paese e in molti casi contribuendo alla creazione di
reddito in Italia nella posizione di immigrati regolari.
Ora qualcuno potrebbe rilevare che questo non è molto
importante perché il reddito di cittadinanza non si realizzerà mai. Ma questo è
un altro discorso…
Ma ciò che appare certa è l’esistenza di un altro limite
della proposta del reddito di cittadinanza: l’esclusione di una parte
consistente dei poveri che avrebbero realmente bisogno di un misura del genere.
Per quanto riguarda il fatto che la povertà assoluta sia
aumentata anche se è cresciuto il Pil, Baldini e Daveri formulano le seguenti
principali considerazioni.
Innanzitutto rilevano che la tendenza del Pil e della
povertà a muoversi nella stessa direzione è una spiacevole novità.
Infatti durante la grande recessione del 2008-2009 il Pil
diminuì del 7% e la povertà aumentò solo marginalmente, un po’ grazie al
cuscinetto della cassa integrazione guadagni, che limitò i danni della
recessione sul mercato del lavoro, e un po’ perché la recessione riguardò più
le aziende esportatrici che quelle attive sul mercato interno.
Dopo la stagnazione del 2014, nel 2015 arrivò finalmente la
ripresa, ma a questo punto l’incidenza della povertà non diminuì, anzi aumentò.
Nel 2017 la frazione di famiglie e individui poveri è stata la
più alta dal 2005, da quando l’Istat ha cominciato a raccogliere questi dati.
Durante la crisi la crescita media annua del numero dei
nuclei poveri è stata molto più forte nel Sud, mentre negli anni della ripresa
l’incremento della povertà è stata maggiore nelle regioni del Nord.
E’ possibile che le differenze nei numeri post crisi possano
essere associate a due fenomeni distinti.
Il primo è la mobilità tra regioni italiane, in particolare
lo spostamento di famiglie dal Mezzogiorno che non cresce verso il Nord che
cresce.
Il secondo fattore, già analizzato in precedenza, potrebbe
derivare dal fatto che nel Nord è molto maggiore la quota di famiglie di
stranieri, tra le quali l’incidenza della povertà è nettamente più elevata
rispetto a quella osservata presso le famiglie di italiani.
Quindi, in conclusione, la tendenza all’aumento dei poveri
nonostante la crescita del Pil dipenderebbe dal fatto che negli anni della
ripresa l’incremento della povertà è risultato essere maggiore nel Nord.

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