Durante la crisi le
diseguaglianze economiche si sono accresciute. Ma non solo in quel periodo sono
aumentate tali diseguaglianze. Esse sono cresciute negli ultimi 30 anni. Lo
sostengono gli estensori del manifesto contro la diseguaglianza, presentato nel
settembre scorso dal presidente del Nens (nuova economia nuova società),
Vincenzo Visco, e dal presidente di Etica ed Economia, Maurizio Franzini.
Ho ritenuto opportuno, in considerazione
dell’importanza delle problematiche trattate, riportare alcune parti della
“premessa e sintesi” del manifesto citato.
“La diseguaglianza è il problema fondamentale
del nostro tempo. Le difficoltà politiche, il malessere sociale, il disagio
economico hanno origine anche, e soprattutto, nella crescita senza precedenti
delle diseguaglianze economiche che si collegano a quelle sociali e culturali.
La tenuta delle nostre società è a rischio…
Con questo breve documento intendiamo ricordare
che negli ultimi 30 anni si è prodotta una fondamentale discontinuità negli
equilibri economici e politici dell’Occidente, fornire elementi di
informazione sulle caratteristiche e le dimensioni dei fenomeni che ne
sono derivati, dare brevemente conto della discussione
accademica sia sulle loro cause profonde, sia sui rimedi per i quali occorrerà
battersi per un tempo non breve. Solo una presa di coscienza adeguata può
fornire gli strumenti per una reazione adeguata alla gravità della situazione.
La crescita della diseguaglianza si è
manifestata praticamente in tutti i comparti dell’economia e in quasi
tutti i Paesi, anche se con differenze talvolta significative.
Negli ultimi 30 anni si è verificato un enorme
spostamento di reddito dai salari ai profitti e alle rendite (un tempo si
sarebbe detto dal lavoro al capitale): intorno ai 15 punti di Pil; all’interno
dei redditi di lavoro, lo spostamento è stato dalle classi medie, dagli operai
e dagli impiegati verso i dirigenti, i manager e i professionisti; i rentiers
hanno visto migliorare dovunque la loro posizione.
Inoltre, la disoccupazione è diventata un
problema sempre più difficile da gestire: le economie, anche per la debolezza
degli investimenti, rischiano la stagnazione e hanno bisogno di stimoli
artificiali basati sull’indebitamento per funzionare, ma questo crea problemi
di stabilità finanziaria e accresce il rischio di crisi e recessioni che
riversano i loro effetti negativi soprattutto sui lavoratori, sulle classi
medie e sui giovani…
Questa situazione non si è prodotta per caso.
Essa è il risultato del capovolgimento del compromesso ‘keynesiano’ che è stato
alla base del funzionamento delle economie capitalistiche nel secondo
dopoguerra. Allora, memori dei disastri della crisi del ’29 e dei rischi
rappresentati dalle idee socialiste e dalle rivoluzioni comuniste per la
sopravvivenza dei sistemi liberali, i governi dell’Occidente accettarono di
creare un contesto di regole e normative idonee, tra l’altro, a far sì che i
benefici della crescita venissero divisi equamente.
Il sistema funzionò egregiamente per vari
decenni, ma fu poi travolto dalle controrivoluzioni di Reagan e Thatcher che
ripristinarono la convinzione liberista che il mercato lasciato a
sé stesso avrebbe risolto ogni problema. L’effetto finale è stato quello di
sostituire al principio democratico quello capitalistico: non più ‘una
testa un voto’ ma ‘un dollaro un voto’. Così sono stati modificati alcuni
fondamentali equilibri economici politici e sociali con conseguenze che oggi
sono ben visibili.
Alla base delle diseguaglianze odierne vi sono
precise scelte politiche che hanno condotto, tra l’altro, a mutamenti
radicali nella distribuzione del potere economico, tra sindacati ed imprese,
all’interno delle imprese - mentre venivano indebolite le funzioni
delle democrazie nazionali -, alla nascita di nuovi e molto potenti
monopoli ; alla maggiore facilità per i ricchi di non pagare le tasse; al
più forte condizionamento dei governi da parte dell’accresciuto potere
economico; all’esclusione di ampi settori della società dalla vita
sociale.
E anche a causa di tutto ciò la mobilità
sociale è praticamente scomparsa: il destino dei figli dipende sempre più
dalla condizioni dei loro genitori e per i figli dei ricchi è sistematicamente
più roseo di quello dei figli della ‘gente normale’.
I tentativi di giustificare le diseguaglianze
non sono convincenti: la loro crescita non sembra giustificata dallo sviluppo
tecnologico; l’affermarsi di una classe di nuovi ricchi presunti titolari
di capacità fuori dal comune, e perciò da remunerare profumatamente, riflette
in realtà diffusi e non sempre ben visibili poteri di monopolio, che si
inquadrano nella pericolosa tendenza verso un capitalismo oligarchico; l’idea,
frequentemente proposta, che la diseguaglianza sia necessaria alla
crescita economica, e perciò possa essere non solo giustificata ma perfino
benefica, viene smentita dai fatti e dai molti studi (anche
del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse) che mostrano, invece, come le
disuguaglianze possano frenare la crescita.
Il manifesto elenca 28 interventi o politiche
che potrebbero correggere la situazione attuale. L’elenco non è certamente
completo, ma indica la strada da percorrere.
L'obiettivo di queste politiche non è quello di
condurci verso una grigia società nella quale vige un ottuso egualitarismo
economico. Piuttosto si tratta di aspirare a creare una società più dinamica,
più mobile e più giusta che, come tale, può contemplare anche disuguaglianze
economiche.
Ma saranno, diversamente da gran parte di quelle
che oggi dominano, disuguaglianze accettabili.
Alcune di quelle politiche potrebbero essere
adottate subito, altre richiedono di superare molte difficoltà, con pazienza e
determinazione. Alcune possono essere introdotte a livello nazionale, per altre
sono necessarie soluzioni sovranazionali.
E’ una strada lunga, conflittuale e
difficile, ma il problema va affrontato per quello che è. E’ pericoloso
ignorare il problema ed è inutile minimizzarlo, pensando che bastino
pochi e semplici correttivi per risolverlo.
Si tratta, in realtà, di modificare i
meccanismi fondamentali di funzionamento delle nostre società e di
mettere un freno agli interessi di ceti potenti e mai sazi”.
Per leggere interamente il manifesto https://www.nens.it/sites/default/files/NENS_Manifesto-finale-completo.pdf

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