mercoledì 3 gennaio 2018

I centri storici, importanti realtà economiche


E’ stata presentata la prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 capoluoghi di provincia italiana, realizzata dall’Ancsa (associazione nazionale dei centro storico-artistici) con la collaborazione del Cresme (centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia). L’Ancsa ha deciso di promuovere questa indagine come primo significativo passo per la costituzione di un osservatorio sui centri storici italiani dal quale trarre dati e informazioni utili per elaborare nel miglior modo possibile una proposta di nuove politiche urbane.
Quali sono i principali contenuti di questa indagine?
E’ innanzitutto possibile rilevare che pur tra mille difficoltà e contraddizioni i centri storici italiani non sono solo un museo a cielo aperto ma restano ancora oggi una componente dinamica e molto importante dell'economia del Paese.
Rappresentano solo lo 0,06% del territorio nazionale e ospitano il 2,5% della popolazione (poco meno di 1,5 milioni di abitanti), ma il numero delle persone che ogni giorno vi lavora, nelle imprese, nelle istituzioni, nel terziario e nel settore del no profit è ben superiore al numero dei residenti ed è stimabile in 2,1 milioni di addetti.
In particolare, nei centri storici è concentrato il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici del Paese,
il 14% dei servizi di produzione (credito e assicurazioni, attività immobiliari, informatica e attività connesse, ricerca e sviluppo, altre attività professionali, noleggio di macchinari e attrezzature) e il 13,4% delle attività ricettive.
I centro storici offrono poi occasioni di lavoro in misura maggiore che altrove: infatti dispongono di 2,2 posti di lavoro per residente in età lavorativa, mentre nelle altre parti delle città si registra un indice di 1,0 e il dato nazionale arriva a 0,7.
L'analisi mostra una realtà a macchia di leopardo: vi sono centri storici che stanno attirando popolazione e sono dinamici e in piena trasformazione, mentre altri versano in crisi profonda, in stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali.
In Toscana, Umbria, Marche (esclusi i comuni di costa) e Lazio i centri storici vedono crescere la popolazione. In Veneto, parte della Lombardia, Abruzzo, Molise, parti della Puglia, il sud est della Sicilia, la Sardegna, la popolazione dei centri diminuisce.
Immigrati, famiglie ristrette, anziani ma anche, a sorpresa, moltissimi giovani. Questo l'identikit degli abitanti dei centri storici italiani che emerge dall’indagine.
I dati, di fonte Istat, si riferiscono al 2011: nei 109 centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, il 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma è l'11% della popolazione residente nei centri storici.
Nella parte di città non centro storico la percentuale di stranieri sulla popolazione è pari al 7,9%, la media italiana è il 7,7%.
Gli over 65 sono pari al 22,6% della popolazione residente in centro, un valore alto ma inferiore a quello della popolazione anziana che risiede nella parte di città che non è centro storico (22,8%) e non distante da quello medio nazionale (20,8%).
I centri storici, poi, si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini ma se si considera la dinamica tra 2001 e 2011 della popolazione con meno di 15 anni, è possibile notare come siano in atto interessanti fenomeni di crescita in alcune realtà.
Il 73% delle famiglie che abitano i centri storici dei comuni capoluogo è di piccolissima dimensione, composta cioè da uno o due persone.
“Da questa ricerca sono emersi dei numeri impressionanti sulla dinamicità economica dei centri storici italiani. Sono il motore dell'economia del Paese”, ha dichiarato il presidente dell'Ancsa, Francesco Bandarin.
“I centri storici italiani sono delle vere e proprie macchine occupazionali”, ha aggiunto. Sottolineando però il rischio che “con nuovi attori, quali Airbnb , si trasformino in enormi villaggi turistici”.
“Sessant'anni fa - ha proseguito Bandarin - si fece una grande battaglia per i centri storici e si riuscì a realizzare delle importanti riforme urbanistiche, negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso, ma ora bisogna intervenire sui nuovi fenomeni, come quello della gestione degli alloggi, e capire quale può essere il ruolo della tecnologia”.

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