E’ stata presentata la
prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 capoluoghi di provincia
italiana, realizzata dall’Ancsa (associazione nazionale dei centro
storico-artistici) con la collaborazione del Cresme (centro ricerche economiche
e sociali del mercato dell’edilizia). L’Ancsa ha deciso di promuovere questa
indagine come primo significativo passo per la costituzione di un osservatorio
sui centri storici italiani dal quale trarre dati e informazioni utili per
elaborare nel miglior modo possibile una proposta di nuove politiche urbane.
Quali sono i principali contenuti di questa
indagine?
E’ innanzitutto possibile rilevare che pur tra
mille difficoltà e contraddizioni i centri storici italiani non sono solo
un museo a cielo aperto ma restano ancora oggi una componente dinamica e molto
importante dell'economia del Paese.
Rappresentano solo lo 0,06% del territorio
nazionale e ospitano il 2,5% della popolazione (poco meno di 1,5 milioni di
abitanti), ma il numero delle persone che ogni giorno vi lavora, nelle imprese,
nelle istituzioni, nel terziario e nel settore del no profit è ben
superiore al numero dei residenti ed è stimabile in 2,1 milioni di
addetti.
In particolare, nei centri storici
è concentrato il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici del Paese,
il 14% dei servizi di produzione (credito e
assicurazioni, attività immobiliari, informatica e attività connesse,
ricerca e sviluppo, altre attività professionali, noleggio di macchinari e
attrezzature) e il 13,4% delle attività ricettive.
I centro storici offrono poi occasioni di lavoro
in misura maggiore che altrove: infatti dispongono di 2,2 posti di lavoro per
residente in età lavorativa, mentre nelle altre parti delle città si
registra un indice di 1,0 e il dato nazionale arriva a 0,7.
L'analisi mostra una realtà a macchia
di leopardo: vi sono centri storici che stanno attirando popolazione e sono
dinamici e in piena trasformazione, mentre altri versano in crisi profonda, in
stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali.
In Toscana, Umbria, Marche (esclusi i comuni di
costa) e Lazio i centri storici vedono crescere la popolazione. In Veneto,
parte della Lombardia, Abruzzo, Molise, parti della Puglia, il sud est della
Sicilia, la Sardegna, la popolazione dei centri diminuisce.
Immigrati, famiglie ristrette, anziani ma anche,
a sorpresa, moltissimi giovani. Questo l'identikit degli abitanti dei centri
storici italiani che emerge dall’indagine.
I dati, di fonte Istat, si riferiscono al 2011:
nei 109 centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, il
3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma è l'11% della
popolazione residente nei centri storici.
Nella parte di città non centro storico la
percentuale di stranieri sulla popolazione è pari al 7,9%, la media
italiana è il 7,7%.
Gli over 65 sono pari al 22,6% della popolazione
residente in centro, un valore alto ma inferiore a quello della
popolazione anziana che risiede nella parte di città che non è centro
storico (22,8%) e non distante da quello medio nazionale (20,8%).
I centri storici, poi, si presentano
come luoghi dove nascono pochi bambini ma se si considera la dinamica
tra 2001 e 2011 della popolazione con meno di 15 anni, è possibile notare come
siano in atto interessanti fenomeni di crescita in alcune realtà.
Il 73% delle famiglie che abitano i centri
storici dei comuni capoluogo è di piccolissima dimensione, composta
cioè da uno o due persone.
“Da questa ricerca sono emersi dei numeri
impressionanti sulla dinamicità economica dei centri storici italiani.
Sono il motore dell'economia del Paese”, ha dichiarato il presidente
dell'Ancsa, Francesco Bandarin.
“I centri storici italiani sono delle vere
e proprie macchine occupazionali”, ha aggiunto. Sottolineando però il rischio
che “con nuovi attori, quali Airbnb , si trasformino in enormi villaggi
turistici”.
“Sessant'anni fa - ha proseguito Bandarin - si
fece una grande battaglia per i centri storici e si riuscì a realizzare
delle importanti riforme urbanistiche, negli anni sessanta, settanta e ottanta
del secolo scorso, ma ora bisogna intervenire sui nuovi fenomeni, come quello
della gestione degli alloggi, e capire quale può essere il ruolo della
tecnologia”.

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