Secondo
i dati forniti dal ministero dell’Interno, sono poco meno di sei milioni gli
italiani iscritti all’Aire (anagrafe italiani residenti all’estero), e quindi
stabilmente al’estero da oltre 12 mesi, al 31 dicembre 2022, circa un decimo
della popolazione residente nel nostro Paese. Rispetto al 2021, gli italiani
all’estero sono aumentati del 2,2%, con 127.350 nuove iscrizioni.
Ad emigrare sono soprattutto i giovani. Infatti ogni 100 residenti in Italia con meno di trent’anni 10,7 hanno scelto di trasferirsi all’estero, per un totale di oltre 1,8 milioni di iscritti under 30. In pratica ogni 10 giovani ce n’è un altro che se ne è andato. Un’incidenza che scende a 8,6 ogni 100 tra gli over 60.
Se dunque la pandemia ha in parte frenato i trasferimenti definitivi all’estero, comunque le nuove iscrizioni all’Aire sono aumentate del 12,2% rispetto a prima della pandemia.
E dove vanno gli italiani che abbandonano l’Italia?
Secondo l’ultimo rapporto della fondazione Migrantes, che i cui dati si riferiscono al 2021, il 78,6% di chi è espatriato si è diretto in Europa. E’ qui che vive oltre la metà (54,9%) degli italiani che hanno scelto di trasferirsi stabilmente oltre confine.
Nel 2021 le destinazioni di chi si è iscritto all’Aire sono stati ben 187 Paesi diversi, ma le comunità più numerose di emigrati sono in Argentina (903.000), in Germania (813.650), in Svizzera (648.320), in Brasile (527.901) e in Francia (457.138).
In base agli studi della fondazione Migrantes, aumentano le partenze degli uomini, diminuiscono quelle delle donne e sono quasi azzerate quelle dei minori.
Secondo la sociologa Delfina Licata, referente dell’area ricerca e documentazione della fondazione Migrantes, “Partono soprattutto lavoratori da soli e senza famiglia. Crescono le iscrizioni dei giovani, in particolare dopo la pandemia, e quelle di italiani tra i 30 e i 40 anni, con un’identità professionale già ben definita.
Sono anni che da questi dati emerge la fuga dei giovani come un campanello d’allarme per una società in piena crisi demografica. Di solito partono subito dopo aver ottenuto un titolo di studio, diploma o laurea, in cerca di un percorso professionalizzante da definire oltre confine.
Ma con la pandemia abbiamo visto aumentare il trasferimento all’estero di profili con un’identità ben precisa, che riescono ad ottenere un lavoro grazie a competenze ben definite. In calo invece i progetti migratori più fragili, quelli relativi a persone che ancora vivono nella precarietà e senza contratto. Addirittura nel 2020, in seguito ai lockdown per il Covid, circa in 20.000 sono rientrati in Italia, anche se non si sa ancora se stabilmente”.
Sempre secondo gli studi della fondazione Migrantes, si può rilevare che si parte da tutte le province italiane, ma l’impatto della mobilità diventa “devastante” al Sud, “nelle aree interne e in quelle più ai margini che offrono meno opportunità ai giovani”.
In queste aree rispetto al numero dei residenti l’incidenza degli iscritti all’Aire è più elevata, anche se negli ultimi anni le nuove iscrizioni sono partite soprattutto dal Nord, da alcune zone della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna.
Ma, sostiene Delfina Licata, “Non è detto che a partire siano veneti o lombardi, magari si tratta di persone già emigrate lì in passato da altrove.
E l’aumento da aree metropolitane come Milano e Torino, oppure Venezia e Firenze, va letto come un rimbalzo dopo due anni di blocco dei movimenti, da territori dove università cosmopolite formano da sempre studenti più predisposti a un progetto oltre confine”.

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