lunedì 21 marzo 2022

In Arabia Saudita 81 esecuzioni capitali in un giorno

 

Il 12 marzo scorso in Arabia Saudita sono state uccise 81 persone in precedenza condannate alla pena di morte. Non credo che mai, in passato, in un solo giorno, siano state giustiziate, in nessun Paese, un egual numero di condannati.

Probabilmente si è scelto quel giorno perché l’attenzione dei media di tutto il mondo è in questo periodo rivolta, in primo luogo, alla guerra in Ucraina.

E in effetti la notizia delle 81 esecuzioni capitali è passata sotto silenzio. Pochi media l’hanno recepita.

Così Sergio D’Elia, rappresentante dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, in un articolo, ha descritto quanto avvenuto:

“Le autorità saudite non hanno rivelato se i ‘giustiziati’ siano stati uccisi in modo tradizionale mediante decapitazione o tramite fucilazione.

Non lo sapremo mai perché i loro corpi non verranno restituiti alle loro famiglie per paura che i funerali diventino oggetto di una rinnovata protesta, preludio di future vendette.

La metà delle persone ‘giustiziate’ proveniva dalla regione orientale del Qatif popolata dalla minoranza sciita del Paese, un’area ribelle che ha assistito a manifestazioni anti-governative sempre più accese da quando la Primavera Araba ha colpito la regione nel 2011. Un peccato d’origine aggravato, forse, da altri e più gravi peccati.

Secondo gruppi per i diritti umani, alcuni dei giustiziati sono stati anche torturati, la maggior parte dei processi condotti in segreto.

In alcuni casi, secondo i documenti ufficiali, non v’era alcuna traccia di sangue nei reati addebitati.

Altri uccisi erano accusati di avere ‘credenze devianti’, una formula che comprende sia il fanatismo islamico violento dei sunniti ‘giustiziati’ per appartenenza ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico sia la versione sciita dell’Islam propria degli Houti anch’essi uccisi nell’infornata di esecuzioni effettuate a tutela della pace sociale e religiosa del regno saudita.

Quando, alcuni giorni dopo la mattanza, i volti dei condannati sono stati rivelati, si sono visti tra loro giovani uomini, alcuni appena adolescenti al momento dell’arresto, con la barba rada e il sorriso sulle labbra.

Un’immagine straziante mostra Hussain Ahmed Al-Ojami che tiene in braccio il suo giovane figlio.

E’ stata la terza uccisione di massa del genere nei sette anni di regno di re Salman e di suo figlio Mohammed, il principe ereditario. Il bilancio delle vittime ha persino superato l’esecuzione del gennaio 1980 di 63 militanti condannati per aver sequestrato la Grande Moschea della Mecca.

Nel 2018, dalle pagine del ‘Time Magazine’, Mohammed bin Salman aveva annunciato al mondo l’alba di un rinascimento saudita, meno avvolto dal velo ultraconservatore della legge islamica. Il suo piano era quello di limitare la pena di morte all’omicidio.

Invece, nel braccio della morte saudita ci sono ancora prigionieri di coscienza, altri arrestati da bambini o accusati di crimini non violenti.

Dopo la brutale furia giustizialista degli ultimi giorni, anche su di loro incombe ora un pericolo mortale, se nulla accade, soprattutto da parte di chi ha a cuore la vita di persone ‘colpevoli’ che hanno attentato alla vita di persone ‘innocenti’”.

Tutto questo si è verificato in quel Paese che l’ex Presidente del Consiglio e attuale leader di Italia Viva Matteo Renzi, consulente di Mohammed bin Salman, aveva definito come la culla di un nuovo rinascimento.

L’Arabia Saudita è uno dei Paesi dove è più alto il numero delle uccisioni causate dalle condanne alla pena di morte, insieme alla Cina, all’Iran, all’Egitto e all’Iraq.

Al primo posto c’è la Cina anche se la reale dimensione dell’uso della pena di morte resta sconosciuta poiché queste informazioni sono considerate segreti di stato.

Il totale di 483, il numero dichiarato dalle autorità cinesi, esclude dunque le migliaia di esecuzioni che si ritiene abbiano avuto luogo in Cina.

Attualmente, secondo quanto dichiara Amnesty International, due terzi dei Paesi del mondo hanno abolito la pena di morte e nel 2020, rispetto al 2019, le esecuzioni sono diminuite del 26%.

Io ritengo però, e quanto avvenuto in Arabia Saudita recentemente lo dimostra ulteriormente, che la pena di morte deve essere abolita in tutto il mondo.

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