lunedì 7 marzo 2022

Gli Agnelli stanno affossando "L'Espresso". E "La Repubblica"?


La famiglia Agnelli, proprietaria del gruppo Gedi a cui fanno capo La Repubblica, La Stampa e L’Espresso, è in procinto di vendere L’Espresso, probabilmente a Bfc Media, controllato dalla famiglia Iervolino. A tale probabile vendita si sono opposti il comitato di redazione e l’ex direttore Marco Damilano, che si è dimesso dal suo incarico lasciando  dopo 22 anni il settimanale.

Damilano e il comitato di redazione hanno fortemente criticato la probabile vendita dell’Espresso perché sostengono che con la vendita verrebbe meno la tradizionale linea editoriale e politica del settimanale.

La famiglia Agnelli, tramite la loro finanziaria Exor, ha acquistato la maggioranza delle azioni del gruppo Gedi alcuni anni fa dalla famiglia De Benedetti (Carlo De Benedetti era contrario e per questo litigò con i figli Marco e Rodolfo).

I motivi della contrarietà di Damilano possono essere meglio compresi riportando alcune parti della sua lettera di saluto ai lettori.

L'indipendenza è uno dei valori contenuti nella carta Gedi, accanto alla coesione. Con la redazione dell'Espresso abbiamo difeso questi valori, in anni difficili, sul piano editoriale e industriale.

In una situazione di crisi del mercato editoriale e con la difficoltà di far decollare la transizione digitale sempre annunciata e mai praticata. Mentre i giornali tradizionali perdono copie, lettori, peso politico, credibilità, fiducia.

La categoria dei giornalisti fatica a parlarne, si attarda nella difesa di quote di mercato sempre più ridotte. Gli editori tendono a scaricare le colpe della crisi sui costi industriali della produzione. Il mondo imprenditoriale, intellettuale e politico non riesce a inquadrare il tramonto della stampa italiana all'interno di una questione più importante, perché tocca da vicino la tenuta delle istituzioni democratiche…

Si pensa di risolvere la situazione rincorrendo le nuove opportunità offerte dal digitale, come in altri parti del mondo. Anche in Italia ci sono imprese che stanno dimostrando di saper affrontare con successo le sfide della transizione.

Ma non si può farlo immaginando di perdere la propria identità.

L'anima, il carattere di una testata.

E’ una scorciatoia che disorienta il pubblico e che prima o poi si dimostra illusoria.

Gedi è nel cuore di questa crisi. In un gruppo che aveva sempre fatto della solidità, della stabilità e della continuità aziendale e editoriale il suo modo di essere, soltanto durante la mia direzione si sono alternati due gruppi proprietari, due presidenti, tre amministratori delegati, tre direttori di Repubblica.

E ora si vuole far pagare al solo Espresso l'assenza di strategia complessiva.

Ho appreso della decisione di vendere L'Espresso da un tweet di un giornalista, due giorni fa, mercoledì pomeriggio. Ho chiesto immediati chiarimenti all'amministratore delegato Maurizio Scanavino, come ho sempre fatto in questi mesi.

Mesi di stillicidio continuo, di notizie non smentite, di voci che sono circolate indisturbate e che hanno provocato un grave danno alla testata.

Non mi sono mai nascosto le difficoltà. Ho più volte offerto la mia disponibilità in prima persona a trovare una soluzione per L'Espresso, anche esterna al gruppo Gedi, che offrisse la garanzia che questo patrimonio non fosse disperso. Ma le trattative sono proseguite senza condivisione di un percorso, fino ad arrivare a oggi, alla violazione del più elementare obbligo di lealtà e di fiducia.

La cessione dell'Espresso, in questo modo e in questo momento, rappresenta un grave indebolimento del primo gruppo editoriale italiano.

E’ una decisione che recide la radice da cui è cresciuto l'intero albero e che mette a rischio la tenuta dell'intero gruppo.

E’ una pagina di storia del giornalismo italiano che viene voltata senza misurarne le conseguenze…”.

Con la vendita del gruppo Gedi alla famiglia Agnelli emersero subito forti preoccupazioni anche relativamente a La Repubblica.

Anche in quel caso il timore era che cambiasse la linea politica ed editoriale del quotidiano. Non a caso fu sostituito il direttore Carlo Verdelli, che era stato nominato da poco ed aveva bene operato, con Maurizio Molinari, molto vicino agli Agnelli essendo stato per diversi anni direttore de “La Stampa”.

Diversi giornalisti abbandonarono La Repubblica e altri furono messi in pensione.

E in parte, effettivamente, la linea de “La Repubblica” è cambiata e si teme che, nel prossimo futuro, cambi ulteriormente.

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