lunedì 17 febbraio 2020

La repressione del dissenso in Arabia Saudita



Il Tribunale speciale, in Arabia Saudita, è utilizzato come un’arma per ridurre sistematicamente al silenzio il dissenso. La denuncia è contenuta in una ricerca di Amnesty International, basata sull’analisi dei casi di 95 persone, per lo più uomini, processate, condannate o rinviate a giudizio tra il 2011 e il 2019.

Il Tribunale speciale  è stato istituito nell’ottobre 2008 per processare imputati di reati di terrorismo. 

Dal 2011 è stato sistematicamente usato per giudicare persone incriminate in modo del tutto vago di reati di terrorismo che spesso non sono altro che pacifiche azioni politiche.

Grazie al lavoro di ricerca di Amnesty International, sono stati esaminati accuratamente gli atti giudiziari di 8 processi del Tribunale speciale che hanno riguardato 68 imputati della minoranza scita, incriminati per lo più di aver preso parte a proteste antigovernative, e altre 27 persone  processate per l’espressione pacifica delle loro idee e per il loro attivismo in favore dei diritti umani.

Rispetto a ognuno dei 95 imputati i processi sono stati gravemente irregolari.

Le condanne, in molti casi alla pena capitale, sono state inflitte sulla base di accuse vaghe  legate alla criminalizzazione dell’opposizione politica o per fatti di violenza.

Ogni singolo imputato nei processi esaminati non ha potuto disporre di un avvocato dal momento dell’arresto e per tutti gli interrogatori.

Gli appelli contro le sentenze del Tribunale speciale si svolgono a porte chiuse in assenza degli imputati e degli avvocati.

Uno degli aspetti più sconvolgenti è l’utilizzo delle “confessioni” estorte con la tortura.

Almeno 20 sciiti processati dal Tribunale speciale sono stati condannati a morte sulla base di tali “confessioni” e 17 condanne sono state già eseguite.

La retorica governativa sulle riforme, aumentata dopo la nomina del principe della corona Mohammed Bin Salam, è profondamente in contrasto con la situazione reale dei diritti umani nel Paese.

Proprio mentre introducevano provvedimenti in favore dei diritti delle donne, le autorità avviavano un duro giro di vite nei confronti delle attiviste più note che per anni avevano lottato per quelle riforme e di altri cittadini che spingevano per un cambiamento.

Praticamente tutte le voci indipendenti dell’Arabia Saudita (difensori dei diritti umani, scrittori, esponenti religiosi e altri ancora) stanno scontando lunghe condanne inflitte a partire dal 2011 dal Tribunale speciale o da altre corti oppure sono sotto processo per accuse relative alle loro attività pacifiche.

Il Tribunale speciale ha condannato tutti i fondatori dei gruppi indipendenti per i diritti umani, sciolti nel 2013.
Dal 2011 oltre 100 sciiti sono stati processati dal Tribunale speciale per aver criticato pacificamente il governo nel corso di interventi pubblici o tramite i social media e per aver preso parte a proteste antigovernative.

Erano accusati, in modo generico e vago, di aver organizzato o sostenuto proteste, aver preso parte ad azioni violente o aver spiato in favore dell’Iran.

Il Tribunale sociale ha anche condannato a morte diversi imputati per reati commessi quando erano minorenni a seguito di “confessioni” estorte con la tortura o sotto costrizione. Alcune condanne a morte sono state eseguite.

Amnesty International sollecita l’immediato e incondizionato rilascio di tutti i prigionieri di coscienza e l’introduzione di riforme fondamentali delle procedure del Tribunale speciale in modo che possa condurre processi equi e tutelare gli imputati dalla detenzione arbitraria e dalla tortura.

Chiede anche l’avvio di indagini indipendenti sulle denunce di maltrattamenti e torture in carcere e che sia fornita piena riparazione alle vittime della tortura e di altre violazioni dei diritti umani commesse da funzionari dello stato o da altri su loro comando.

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