Il Tribunale speciale,
in Arabia Saudita, è
utilizzato come un’arma per ridurre
sistematicamente al silenzio il dissenso. La denuncia è contenuta in una
ricerca di Amnesty International, basata sull’analisi dei casi di 95 persone, per lo più uomini,
processate, condannate o rinviate a giudizio tra il 2011 e il 2019.
Il Tribunale speciale è stato istituito
nell’ottobre 2008 per processare imputati di reati di terrorismo.
Dal 2011 è stato sistematicamente usato per giudicare
persone incriminate in modo del tutto vago di reati di terrorismo che spesso
non sono altro che pacifiche azioni politiche.
Grazie al lavoro di ricerca di Amnesty International, sono
stati esaminati accuratamente gli atti giudiziari di 8 processi del
Tribunale speciale che hanno riguardato 68 imputati della minoranza scita, incriminati
per lo più di aver preso parte a proteste antigovernative, e altre 27 persone
processate per l’espressione pacifica delle loro idee e per il loro attivismo
in favore dei diritti umani.
Rispetto a ognuno dei 95 imputati i processi sono
stati gravemente irregolari.
Le condanne, in molti casi alla pena capitale, sono
state inflitte sulla base di accuse vaghe legate alla
criminalizzazione dell’opposizione politica o per fatti di violenza.
Ogni singolo imputato nei processi esaminati non
ha potuto disporre di un avvocato dal momento dell’arresto e per tutti gli
interrogatori.
Gli appelli contro le sentenze del Tribunale speciale
si svolgono a porte chiuse in assenza degli imputati e degli avvocati.
Uno degli aspetti più sconvolgenti è l’utilizzo delle
“confessioni” estorte con la tortura.
Almeno 20 sciiti processati dal Tribunale speciale
sono stati condannati a morte sulla base di tali “confessioni” e 17 condanne
sono state già eseguite.
La retorica governativa sulle riforme, aumentata dopo
la nomina del principe della corona Mohammed Bin Salam, è profondamente in
contrasto con la situazione reale dei diritti umani nel Paese.
Proprio mentre introducevano provvedimenti in
favore dei diritti delle donne, le autorità avviavano un duro giro di vite nei
confronti delle attiviste più note che per anni avevano lottato per quelle
riforme e di altri cittadini che spingevano per un cambiamento.
Praticamente tutte le voci indipendenti dell’Arabia
Saudita (difensori dei diritti umani, scrittori, esponenti religiosi e
altri ancora) stanno scontando lunghe condanne inflitte a partire dal 2011 dal
Tribunale speciale o da altre corti oppure sono sotto processo per accuse relative
alle loro attività pacifiche.
Il Tribunale speciale ha condannato tutti i
fondatori dei gruppi indipendenti per i diritti umani, sciolti nel 2013.
Dal 2011 oltre 100 sciiti sono stati processati dal
Tribunale speciale per aver criticato pacificamente il governo nel corso di
interventi pubblici o tramite i social media e per aver preso parte a proteste
antigovernative.
Erano accusati, in modo generico e vago, di aver
organizzato o sostenuto proteste, aver preso parte ad azioni violente o aver
spiato in favore dell’Iran.
Il Tribunale sociale ha anche condannato a morte
diversi imputati per reati commessi quando erano minorenni a seguito di
“confessioni” estorte con la tortura o sotto costrizione. Alcune condanne a
morte sono state eseguite.
Amnesty International sollecita l’immediato e
incondizionato rilascio di tutti i prigionieri di coscienza e
l’introduzione di riforme fondamentali delle procedure del Tribunale speciale
in modo che possa condurre processi equi e tutelare gli imputati dalla
detenzione arbitraria e dalla tortura.
Chiede anche l’avvio di indagini indipendenti sulle
denunce di maltrattamenti e torture in carcere e che sia fornita piena
riparazione alle vittime della tortura e di altre violazioni dei diritti umani
commesse da funzionari dello stato o da altri su loro comando.

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