giovedì 6 febbraio 2020

I giovani rassegnati per il loro futuro


“Un buco nero nella forza lavoro”, una ricerca promossa dal Laboratorio Futuro dell’istituto Toniolo e curata da Alessandro Rosina e Mirko Altimari dell’Università Cattolica, fornisce un’approfondita analisi del futuro lavorativo dei giovani italiani, esaminando soprattutto gli effetti della congiunzione negativa di riduzione demografica e deboli percorsi professionali.

Particolarmente interessante mi è sembrata la parte dello studio riguardante l’atteggiamento verso il futuro lavorativo manifestato dai giovani, componenti il campione utilizzato, che sono stati intervistati da chi ha curato la ricerca.

E’ stata riscontrata una rassegnazione crescente.

Particolarmente marcato è l’effetto del titolo di studio.

Chi teme di doversi rassegnare a trovarsi al centro della vita adulta senza lavoro è tre volte tanto tra chi ha titolo di studio basso rispetto ai laureati.

Questo divario è ancor più preoccupante se si pensa che il tasso di laureati in Italia è tra i più bassi in Europa e crescente è il saldo netto dei giovani più qualificati verso l’estero.

Più contenute, pur sensibili, appaiono le differenze di genere (si passa dal 23,3% dei maschi al 27,7 delle donne).

Anche le aspettative legate alla qualità del lavoro sono fortemente legate all’età e al titolo di studio.

Quelli che pensano di trovarsi realizzati nell’attività che faranno sono oltre il 40% dei laureati e oltre il 45% di chi ha poco più di vent’anni (generazione Z).

Si precipita a valori dimezzati tra chi ha titolo basso e tra chi ha attorno i 30 anni (millennials).

L’Italia, quindi, non solo si trova con meno giovani, ma anche con rassegnazione crescente con l’età della possibilità di trovare un impiego e vedersi adeguatamente valorizzati.

Inoltre, la grande maggioranza dei giovani intervistati, in questo caso senza rilevanti distinzioni di età e di genere, considera in ogni caso un limite per l’idea di sé e i progetti di piena realizzazione personale il trovarsi a 45 anni senza un lavoro.

Che non vi siano distinzione di genere e generazionali è un segnale positivo dell’importanza, al di là dei timori e delle difficoltà, di sentirsi parte attiva nella costruzione del proprio futuro e dei processi di crescita del proprio Paese.

Preoccupa, però, d’altro canto, che oltre un giovane su cinque sia così rassegnato da togliere valore (anche come meccanismo psicologico di autodifesa) al sentirsi e considerarsi soggetto attivo e proiettato positivamente e con impegno verso il futuro.

Un dato che sale a uno su tre tra chi ha titolo di studio basso.

In definitiva, la voglia di realizzarsi nel lavoro è simile tra ragazzi e ragazze e nelle varie classi di età, ma più ci si avvicina ai trent’anni e per le donne scende la convinzione di riuscirci davvero (per gli ostacoli e le difficoltà sperimentate).

E’ il ritratto di una generazione non incoraggiata a formarsi al meglio, a compiere in modo efficace la transizione scuola-lavoro attraverso esperienze positive di crescita, a orientarsi nel mondo del lavoro che cambia, a trovare valorizzazione nel sistema produttivo.

Una generazione che alla debolezza quantitativa (per il minor peso demografico) rischia di sommare - spostandosi ad occupare progressivamente il centro della vita attiva del paese - fragilità qualitative (sia in termini di formazione che di incertezza del percorso professionale).

“Questi dati - osserva il professor Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo - mostrano come non si tratti meramente di quantificare quante persone in meno avremo come forza lavoro nei prossimi dieci anni, ma di capire quali scelte mettere in atto per rafforzare la presenza qualificata nel mercato del lavoro (e nel sistema produttivo), a partire dalle potenzialità, dalle fragilità e dalle aspettative delle generazioni che si avvicendano, in coerenza con le grandi trasformazioni in atto e le specificità del paese.


Senza risposte solide e convincenti in grado di riqualificare il contributo delle nuove generazioni ai processi di crescita, l’opzione del declino è destinata a rimanere per l’Italia senza credibili alternative”.

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