“Un buco nero
nella forza lavoro”, una ricerca promossa dal Laboratorio Futuro dell’istituto
Toniolo e curata da Alessandro Rosina e Mirko Altimari dell’Università
Cattolica, fornisce un’approfondita analisi del futuro lavorativo dei giovani
italiani, esaminando soprattutto gli effetti della congiunzione negativa di
riduzione demografica e deboli percorsi professionali.
Particolarmente
interessante mi è sembrata la parte dello studio riguardante l’atteggiamento
verso il futuro lavorativo manifestato dai giovani, componenti il campione
utilizzato, che sono stati intervistati da chi ha curato la ricerca.
E’
stata riscontrata una rassegnazione crescente.
Particolarmente
marcato è l’effetto del titolo di studio.
Chi
teme di doversi rassegnare a trovarsi al centro della vita adulta senza lavoro
è tre volte tanto tra chi ha titolo di studio basso rispetto ai laureati.
Questo
divario è ancor più preoccupante se si pensa che il tasso di laureati in Italia
è tra i più bassi in Europa e crescente è il saldo netto dei giovani più
qualificati verso l’estero.
Più
contenute, pur sensibili, appaiono le differenze di genere (si passa dal 23,3%
dei maschi al 27,7 delle donne).
Anche
le aspettative legate alla qualità del lavoro sono fortemente legate all’età e
al titolo di studio.
Quelli
che pensano di trovarsi realizzati nell’attività che faranno sono oltre il 40%
dei laureati e oltre il 45% di chi ha poco più di vent’anni (generazione Z).
Si
precipita a valori dimezzati tra chi ha titolo basso e tra chi ha attorno i 30
anni (millennials).
L’Italia,
quindi, non solo si trova con meno giovani, ma anche con rassegnazione
crescente con l’età della possibilità di trovare un impiego e vedersi
adeguatamente valorizzati.
Inoltre,
la grande maggioranza dei giovani intervistati, in questo caso senza rilevanti
distinzioni di età e di genere, considera in ogni caso un limite per l’idea di
sé e i progetti di piena realizzazione personale il trovarsi a 45 anni senza un
lavoro.
Che
non vi siano distinzione di genere e generazionali è un segnale positivo
dell’importanza, al di là dei timori e delle difficoltà, di sentirsi parte
attiva nella costruzione del proprio futuro e dei processi di crescita del
proprio Paese.
Preoccupa,
però, d’altro canto, che oltre un giovane su cinque sia così rassegnato da
togliere valore (anche come meccanismo psicologico di autodifesa) al sentirsi e
considerarsi soggetto attivo e proiettato positivamente e con impegno verso il
futuro.
Un
dato che sale a uno su tre tra chi ha titolo di studio basso.
In
definitiva, la voglia di realizzarsi nel lavoro è simile tra ragazzi e ragazze
e nelle varie classi di età, ma più ci si avvicina ai trent’anni e per le donne
scende la convinzione di riuscirci davvero (per gli ostacoli e le difficoltà
sperimentate).
E’
il ritratto di una generazione non incoraggiata a formarsi al meglio, a
compiere in modo efficace la transizione scuola-lavoro attraverso esperienze
positive di crescita, a orientarsi nel mondo del lavoro che cambia, a trovare
valorizzazione nel sistema produttivo.
Una
generazione che alla debolezza quantitativa (per il minor peso demografico)
rischia di sommare - spostandosi ad occupare progressivamente il centro della
vita attiva del paese - fragilità qualitative (sia in termini di formazione che
di incertezza del percorso professionale).
“Questi
dati - osserva il professor Alessandro Rosina, coordinatore scientifico
dell’osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo - mostrano come non si tratti
meramente di quantificare quante persone in meno avremo come forza lavoro nei
prossimi dieci anni, ma di capire quali scelte mettere in atto per rafforzare
la presenza qualificata nel mercato del lavoro (e nel sistema produttivo), a
partire dalle potenzialità, dalle fragilità e dalle aspettative delle
generazioni che si avvicendano, in coerenza con le grandi trasformazioni in
atto e le specificità del paese.
Senza
risposte solide e convincenti in grado di riqualificare il contributo delle
nuove generazioni ai processi di crescita, l’opzione del declino è destinata a
rimanere per l’Italia senza credibili alternative”.

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