L’associazione Bianchi Bandinelli ha recentemente presentato un disegno di
legge per salvare le città d’arte. Infatti i centri storici di molte città
italiane sono sempre più contraddistinte da una tendenza a una forte e costante
riduzione dei residenti. Contemporaneamente vi proliferano esercizi commerciali
destinati quasi esclusivamente ai turisti.
Per conoscere i motivi alla base della scelta di
proporre quel disegno di legge e i suoi principali contenuti, mi è sembrato
opportuno riportare una parte dell’intervista di Maria Pia Guermandi
all’urbanista Vezio De Lucia, presidente dell’associazione Bianchi Bandinelli,
pubblicata sulla rivista Left.
Perché un’iniziativa sui centri
storici? Non eravamo il paese più tutelato d’Europa?
Eravamo. In effetti il nostro Paese
fu il primo, all’inizio degli anni Sessanta, ad affrontare il
tema della conservazione e del recupero dei centri storici, non solo
come contenitori di monumenti ma essi stessi monumento: e il
merito va soprattutto ad Antonio
Cederna indiscusso ispiratore di quell’autentica rivoluzione
culturale.
E poi che è successo?
E’ successo che proprio l’Italia
sta rinnegando il suo passato e dovunque è in grave crisi la
vivibilità dei centri storici, di nuovo pascolo privilegiato della
speculazione, del malgoverno, di piccoli e grandi abusi, ma più di ogni
altra cosa i centri storici sono affetti da gravi fenomeni di
spopolamento. Non dovunque e non nella stessa misura, ma sono drammatici i
dati sulla diminuzione dei cittadini delle città
d’arte, massicciamente sostituiti da turisti e da attività legate al
turismo, e dei piccoli comuni delle zone interne del Mezzogiorno (l’“osso” di
Manlio Rossi Doria) dissanguati dall’emigrazione e abbandonati.
Per quanto riguarda le città d’arte,
possiamo dire che il turismo, prima industria mondiale, sta cannibalizzando i
quartieri centrali?
Sì è così, e Venezia è un
esempio paradigmatico. Secondo Paola Somma, Venezia da tempo non è
più una “città”, ma solo il quartiere turistico di una conurbazione che aveva
bisogno di grandi opere infrastrutturali per massimizzare l’accessibilità e
potenziare i punti di sbarco: aeroporto, porto, stazione, parcheggi, darsene.
Piano perfettamente riuscito. Oggi 8 case su 10 sono di proprietà di investitori,
ogni sabato scendono dalle grandi navi 30.000 turisti che, uniti agli sbarchi
via terra e via aria, sono numericamente superiori agli abitanti. Qualcuno
ancora protesta, ma il sindaco è soddisfatto e dice: la città è di chi la ama. E
cose analoghe si registrano a Firenze e Roma.
E’ davvero un fenomeno così esteso o
riguarda in fondo solo le grandi mete turistiche?
Il turismo è certo causa fra le più
importanti di operazioni di gentrificazione, ma in moltissimi
centri continua a essere la speculazione immobiliare a
erodere spazi pubblici e a innescare operazioni di
espulsione delle fasce sociali economicamente più
svantaggiate.
Perché una legge? Pensate davvero che
nell’attuale contesto politico sia lo strumento migliore?
Perché i
centri storici sono stati di fatto ignorati dalle leggi di tutela, a
partire dallo stesso codice dei beni culturali. La proposta è il prodotto
di un lavoro collettivo, cominciato nella primavera scorsa. E’d’impianto
radicale, e nessuno di noi s’illude che possa essere approvata così come la
presentiamo. Ma non spetta a noi l’esercizio della mediazione con il mondo
politico e parlamentare. Ci spetta invece di formulare una proposta
limpida, ma tecnicamente fattibile, questo penso che sia il compito di un’associazione
culturale.
Quali
sono i contenuti essenziali di questa proposta e in particolare quelli che
potrebbero arginare l’attuale situazione di degrado?
Molto
in sintesi, sono i seguenti: la definizione di centro storico, che
facciamo coincidere con gli insediamenti urbani riportati nel catasto del 1939,
unificando in tal modo i riferimenti temporali e cartografici degli
strumenti urbanistici comunali; la dichiarazione dei centri storici come “beni
culturali d’insieme”, sottoposti alla disciplina conservativa del codice,
con “divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri
tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di
modificazione della trama viaria storica” e con divieto di nuova
edificazione, norma immediatamente prescrittiva che impedirebbe gli
scempi che abbiamo denunciato prima;
una serie di “principi” di buon governo del territorio di competenza statale che devono essere recepiti dalla legislazione regionale come prevede il 3° comma dell’art. 117 della Costituzione.
una serie di “principi” di buon governo del territorio di competenza statale che devono essere recepiti dalla legislazione regionale come prevede il 3° comma dell’art. 117 della Costituzione.
Fin
qui si tratta di principi “conservativi”: non temete di passare per “anime
belle”?
Non
corriamo questo rischio perché non ci fermiamo alla tutela. Per
rigorose ed efficaci che siano le norme di tutela, se non si affronta con
determinazione il nodo dello spopolamento, il destino dei centri storici è
segnato. Per questo il contenuto più forte della nostra
legge è un programma straordinario dello Stato di edilizia
residenziale pubblica nei centri storici. Serve l’intervento diretto
e straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali: in
effetti di questo si tratta: lo svuotamento residenziale di Venezia non è
diverso dalla disastrosa alluvione del 1966. La
proposta prevede perciò interventi molto determinati: l’utilizzo
a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare
pubblico dismesso (statale, comunale e regionale); l’obbligo di mantenere le
destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso verso destinazioni
diverse da quelle abitative; l’erogazione di contributi a favore di
Comuni in esodo per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a
canone agevolato (norma che vale in particolare per i paesi in
esodo).

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