Nel libro di Mario Baldassarri e Dino Pesole, edito da
Rubettino, dal titolo “Quaranta anni di spending review: l'Italia al bivio sui
tagli di spesa, galleggiare o cambiare sul serio”, inserito nel dodicesimo rapporto
del Centro Studi Economia Reale, si analizzano soprattutto i tentativi che da
alcuni decenni sono stati realizzati in Italia per affrontare il problema della
riqualificazione della spesa pubblica.
Tali tentativi, volti a rendere effettiva e
strutturale una vera e incisiva spending review, non hanno prodotto i risultati sperati.
Perché non si sono verificati quei risultati?
Perché tagliare la spesa costa in termini di consenso.
Il problema è dunque tutto politico, perché non manca certo l'apparato di
studi, analisi, proposte. Ma i tecnici possono proporre, poi spetta alla
politica e dunque a governo e Parlamento assumersi l'onere di decidere.
Parte da questa premessa il libro di Baldassarri e
Pesole.
Le stime più recenti - si legge nel testo - indicano
in 848 miliardi il totale di spesa pubblica nel 2018, che aumenterà nel 2019 a
863 miliardi nel profilo tendenziale e a 880 miliardi in quello programmatico,
inclusa dunque la manovra di bilancio 2019.
Un
enorme volume di risorse su cui si può e si deve intervenire.
Nel
libro si mostra, inoltre, che non è vero che si fa più sviluppo e crescita in
deficit.
Dal
secondo dopoguerra fino al 1971 il bilancio pubblico italiano presentava un
pareggio o un avanzo di parte corrente. Il che vuol dire che nella parte
corrente creava risparmio.
Quindi
i deficit e il conseguente debito pubblico accumulato fino al 1971 erano da
attribuire alla sola spesa per investimenti. E non del tutto, perché una parte
degli investimenti erano autofinanziati dall'avanzo di parte corrente.
Quindi
nei primi venti anni circa della Repubblica si è assistito a una politica
virtuosa dal punto di vista della finanza pubblica, non soltanto in termini di
spesa, tasse e deficit, ma soprattutto di “composizione” del bilancio.
Tutto
cambiò bruscamente a partire dal 1971, quando iniziò a formarsi il disavanzo di
parte corrente che si sommò agli investimenti e determinò deficit totali
crescenti. Da quel momento in poi, in assenza di veri e propri exploit nella
dinamica degli investimenti pubblici, quella che è andata fuori controllo è
stata la spesa corrente.
Negli
anni Ottanta, venuto meno l'ombrello del finanziamento monetario del disavanzo,
il debito pubblico aumentò in modo esponenziale.
Eppure
già a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, Beniamino Andreatta
attraverso l' Arel, iniziò il suo deciso e lungimirante impegno soprattutto su
due fronti: la necessità di capire lo zero base budgeting e l'istituzionalizzazione
del controllo della spesa pubblica con un'autorità indipendente che riferisse
direttamente al Parlamento sulla base dell'esperienza del congressional budget
office americano.
Nominato nel 1981 ministro del Tesoro Andreatta introdusse,
insieme al governatore Carlo Azeglio Ciampi, il divorzio tra Tesoro e Banca
d'Italia ed istituì la commissione tecnica sulla spesa pubblica.
Nel
corso degli anni Ottanta tale commissione produsse numerosi e voluminosi studi
di puntuale ed enorme interesse per valutare gli andamenti della spesa e
individuare le sacche di inefficienza, spreco e malversazione.
Sul
finire del decennio apparve però evidente che la commissione tecnica non poteva
restare un semplice “ufficio studi” e avrebbe dovuto essere trasformata in
un'Autorità indipendente sulla spesa pubblica che rispondesse direttamente al
Parlamento.
Non
se ne fece nulla.
Soltanto
nel 2014 è stato costituito l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) con
un'architettura istituzionale non del tutto corrispondente a quel disegno
originale.
Poi
si “salta” al ministro Padoa-Schioppa che, nel governo Prodi 2006- 2008, provò
a reintrodurre una forma di spending review seguita, negli anni più recenti,
dalla stagione dei “commissari alla spesa pubblica”.
In
tutti questi anni la spesa pubblica corrente aumentò sempre, le entrate ne seguirono
affannosamente il percorso e gli investimenti pubblici furono dimezzati dopo il
picco raggiunto nel 2008.
Il
debito pubblico crebbe sempre e si colloca oggi oltre il 130% del Pil.
Ecco
perché si dice “l'Italia al bivio sui tagli di spesa”.
La
domanda è: la manovra appena presentata in Parlamento affronta questi nodi? La
risposta degli autori che è ben difficile ipotizzare che i microcambiamenti
contenuti nella manovra del governo determinino un innalzamento consistente nei
tassi di crescita reale.
La
domanda è se valga la pena di fare una manovra che ricorrendo per gran parte al
maggior deficit per finanziare spesa corrente determina un profilo finanziario
del Paese oggettivamente fragile e rischioso.
La
proposta di spending review contenuta nel volume punta a concentrarsi su due
specifiche voci di spesa, i cosiddetti fondi perduti, che valgono 61 miliardi,
e gli acquisti di beni e servizi, inclusi i cosiddetti consumi intermedi,
contabilizzati per 135 miliardi.
Si
potrebbero ricavare risorse ingenti, cui potrebbe aggiungersi un serio lavoro
di selezione delle cosiddette tax expenditures, così da convogliare le relative
risorse a una vera riforma dell'Irpef.
L'invito
degli autori è in sintesi a “rovesciare” il ragionamento partendo “prima” da
dove prendere le risorse e “poi” indicare dove andarle a collocare.

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