venerdì 1 giugno 2018

Nato il nuovo governo, contento Renzi


Dopo molti giorni da quando si sono tenute le elezioni politiche del 4 marzo si è formato il nuovo governo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto da leghisti e grillini. Il processo di formazione del governo è stato complesso e in più occasioni si è temuto che si dovesse andare a nuove elezioni. Tale eventualità era molto temuta, tra gli altri, da Matteo Renzi, il quale quindi è senza dubbio molto contento che si sia alla fine formato il governo Conte.

Sembra addirittura che quando, nel recente passato, nel corso di una telefonata, Salvini aveva detto a Renzi che vi erano concrete possibilità che si dovesse ricorrere a nuove elezioni, l’ex premier si dimostrò molto preoccupato.

Era certo in buona compagna con altri dirigenti del suo partito, convinti che l’esito di nuove elezioni per il Pd sarebbe stato molto negativo, con un nuovo e pesante insuccesso.

Ma Renzi si sarebbe dovuto preoccupare invece, come del resto l’intero gruppo dirigente del Pd, di analizzare le cause della disfatta elettorale, tra le quali la sua leadership, e di promuovere gli interventi più opportuni per affrontare tali cause, tra i quali la necessità di tenersi in disparte almeno per qualche anno, astenendosi dalla volontà di influenzare le principali decisioni di quel partito.

In realtà Renzi non si è assolutamente messo ai margini né peraltro i suoi oppositori hanno potuto o voluto provare realmente a farlo.

Comunque, a parte Renzi, il Pd fino ad ora non ha analizzato veramente le diverse cause della disfatta elettorale, come già rilevato, né, pertanto, ha nemmeno abbozzato una strategia per rilanciarsi.

A mio avviso, tre sono state le cause più importanti della disfatta elettorale del Pd: una concezione della politica da parte della grande maggioranza del gruppo dirigente, a livello nazionale e locale, come pura e semplice ricerca e gestione del potere, anche personale, l’incapacità di comprendere le esigenze della maggioranza dei cittadini, in primo luogo le paure diffuse soprattutto tra i ceti sociali più deboli, riguardanti i problemi inerenti la sicurezza personale, anche in seguito alla presenza dei migranti, e relative alla situazione economica e occupazionale, in conseguenza dell’aumento delle diseguaglianze verificatosi nel periodo della crisi.

Di qui la percezione del gruppo dirigente del Pd come componente importante del cosiddetto establishment.

Se queste cause non vengono affrontate seriamente o quanto meno se non si tenta neppure di affrontarle, il futuro del Pd sarà tutt’altro che roseo e il rischio di estinzione di questo partite è reale.

Non mi sembra che l’attuale gruppo dirigente, né a livello nazionale né a livello locale, intenda o sia in grado di portare avanti un dibattito che sia contraddistinto dall’analisi delle problematiche appena citate.

Di qui la necessità di un nuovo gruppo dirigente, composto anche dai numerosi amministratori locali che hanno ben governato numerosi comuni o regioni e da iscritti ed elettori in stretto contatto con l’ampio associazionismo che, soprattutto a livello locale, si manifesta, in varie forme, in Italia.

Ma la formazione di questo nuovo gruppo dirigente difficilmente potrà avvenire per scelta esplicita di quello vecchio ma dovrà essere richiesta ed ottenuta in seguito al forte impegno di  un cospicuo numero di iscritti ed elettori di quel partito.


Non c’è alternativa se si vuole davvero salvare il Pd e con esso la sinistra italiana e, soprattutto, fare in modo che, nel breve-medio periodo, si adottino nel nostro Paese delle politiche di sinistra senza lasciare campo libero alla destra che ora ha trovato piena rappresentanza nel nuovo governo sostenuto da leghisti e grillini.

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