Dopo molti giorni da
quando si sono tenute le elezioni politiche del 4 marzo si è formato il nuovo
governo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto da leghisti e grillini. Il
processo di formazione del governo è stato complesso e in più occasioni si è
temuto che si dovesse andare a nuove elezioni. Tale eventualità era molto
temuta, tra gli altri, da Matteo Renzi, il quale quindi è senza dubbio molto
contento che si sia alla fine formato il governo Conte.
Sembra addirittura che quando, nel recente passato, nel
corso di una telefonata, Salvini aveva detto a Renzi che vi erano concrete
possibilità che si dovesse ricorrere a nuove elezioni, l’ex premier si dimostrò
molto preoccupato.
Era certo in buona compagna con altri dirigenti del suo
partito, convinti che l’esito di nuove elezioni per il Pd sarebbe stato molto
negativo, con un nuovo e pesante insuccesso.
Ma Renzi si sarebbe dovuto preoccupare invece, come del
resto l’intero gruppo dirigente del Pd, di analizzare le cause della disfatta
elettorale, tra le quali la sua leadership, e di promuovere gli interventi più
opportuni per affrontare tali cause, tra i quali la necessità di tenersi in
disparte almeno per qualche anno, astenendosi dalla volontà di influenzare le
principali decisioni di quel partito.
In realtà Renzi non si è assolutamente messo ai margini né peraltro
i suoi oppositori hanno potuto o voluto provare realmente a farlo.
Comunque, a parte Renzi, il Pd fino ad ora non ha analizzato
veramente le diverse cause della disfatta elettorale, come già rilevato, né,
pertanto, ha nemmeno abbozzato una strategia per rilanciarsi.
A mio avviso, tre sono state le cause più importanti della
disfatta elettorale del Pd: una concezione della politica da parte della grande
maggioranza del gruppo dirigente, a livello nazionale e locale, come pura e
semplice ricerca e gestione del potere, anche personale, l’incapacità di
comprendere le esigenze della maggioranza dei cittadini, in primo luogo le
paure diffuse soprattutto tra i ceti sociali più deboli, riguardanti i problemi
inerenti la sicurezza personale, anche in seguito alla presenza dei migranti, e
relative alla situazione economica e occupazionale, in conseguenza dell’aumento
delle diseguaglianze verificatosi nel periodo della crisi.
Di qui la percezione del gruppo dirigente del Pd come
componente importante del cosiddetto establishment.
Se queste cause non vengono affrontate seriamente o quanto
meno se non si tenta neppure di affrontarle, il futuro del Pd sarà tutt’altro
che roseo e il rischio di estinzione di questo partite è reale.
Non mi sembra che l’attuale gruppo dirigente, né a livello
nazionale né a livello locale, intenda o sia in grado di portare avanti un
dibattito che sia contraddistinto dall’analisi delle problematiche appena
citate.
Di qui la necessità di un nuovo gruppo dirigente, composto
anche dai numerosi amministratori locali che hanno ben governato numerosi
comuni o regioni e da iscritti ed elettori in stretto contatto con l’ampio
associazionismo che, soprattutto a livello locale, si manifesta, in varie
forme, in Italia.
Ma la formazione di questo nuovo gruppo dirigente
difficilmente potrà avvenire per scelta esplicita di quello vecchio ma dovrà
essere richiesta ed ottenuta in seguito al forte impegno di un cospicuo numero di iscritti ed elettori di
quel partito.
Non c’è alternativa se si vuole davvero salvare il Pd e con
esso la sinistra italiana e, soprattutto, fare in modo che, nel breve-medio
periodo, si adottino nel nostro Paese delle politiche di sinistra senza
lasciare campo libero alla destra che ora ha trovato piena rappresentanza nel
nuovo governo sostenuto da leghisti e grillini.

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