Assolti due
carabinieri e sei poliziotti imputati per la morte di Giuseppe Uva, avvenuta a
Varese circa dieci anni fa. E’ la sentenza della Corte d'assise d'appello di
Milano: i giudici hanno in sostanza confermato il verdetto di primo grado. Le
accuse erano di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.
La sentenza di primo grado venne impugnata dalla Procura
generale di Milano.
Per la prima volta, fu il sostituto procuratore generale
Massimo Gaballo a chiedere la condanna degli imputati, perché la contenzione
fisica a cui sarebbe stato sottoposto il 43enne, spiegava, per “violenta e
ingiusta durata”, doveva ritenersi “causativa del grave stato di stress che
innestandosi in una preesistnte patologia cardiaca ha determinato l'evento
aritmico terminale e il decesso di Giuseppe Uva”.
Per questo aveva chiesto condanne per omicidio
preterintenzionale e sequestro di persona aggravato dalla qualifica di pubblico
ufficiale, a 13 anni di carcere per i due carabinieri e a dieci anni e
sei mesi per i sei poliziotti.
Cosa successe a Giuseppe Uva?
Nella notte fra il 14 e il 15 giugno 2008 Giuseppe, 43 anni,
venne portato prima alla caserma dei carabinieri di Varese e da lì in ospedale
per un trattamento sanitario obbligatorio.
La mattina dopo morì.
La mattina dopo morì.
Il Gip, a suo tempo, scrisse che “Giuseppe Uva è stato
percosso da uno o più presenti in quella stanza, da ritenersi tutti concorrenti
materiali e morali”. La stanza citata era nella caserma dei carabinieri di Varese.
C’era anche un testimone, Alberto Biggiogero, che, con
cinque anni di ritardo, venne ascoltato. Il confronto durò più di quattro ore.
Biggioggiero era con lui la sera in cui vennero fermati,
ubriachi, dai carabinieri mentre spostavano transenne nel centro di Varese. E
ai magistrati disse di averlo sentito urlare e chiedere aiuto una volta in
caserma.
Nel febbraio del 2017, Biggioggiero verrà arrestato per aver
ucciso suo padre dopo una lite.
La presidente di Radicali Italiani, Antonella Soldo, ha
rilasciato la seguente dichiarazione, relativamente all’esito del processo d’appello.
“La morte di Giuseppe Uva resta senza colpevoli. Eppure
quando un uomo muore nelle mani dello Stato un responsabile c’è: ed è lo Stato
stesso.
L’assoluzione perché il fatto non sussiste è un’ingiustizia
inferta al corpo martoriato di Uva, e un oltraggio al dolore dei suoi
familiari.
Una sentenza del genere nega che l’arresto di Uva sia
avvenuto illegalmente e che egli sia stato colpito a morte e che sia stato
sottoposto senza ragione a un trattamento sanitario obbligatorio.
Come spesso avviene in questi casi, decine di occhi di
pubblici operatori hanno assistito al suo martirio, senza intervenire. Dalla
caserma all’ospedale.
Difendere l’onore dell’arma dei carabinieri non vuol dire
occultare le responsabilità di alcuni dei suoi indegni esponenti, vuol dire
stare dalla parte di chi non ha più voce. Come Giuseppe Uva, e come sua sorella
e sua nipote, che da sole si sono battute per rompere un muro di silenzio e
ostilità.
Basti ricordare il comportamento del primo pubblico
ministero a cui il caso era stato affidato, Agostino Abate: alcuni dei suoi
interrogatori si trovano ancora su Youtube e danno la misura della sproporzione
di mezzi tra vittime e responsabili in cui questa vicenda si è sviluppata.
Da parte di Radicali italiani tutta la solidarietà alla
famiglia di Uva, e l’auspicio che il ricorso in Cassazione ripristini la giustizia
per Uva, e per la nostra Repubblica”.

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