Circa un milione di
italiani lavora per le piattaforme internet che offrono collaborazioni
occasionali e di questi i rider, coloro che si occupano di consegne a domicilio
(pasti e non solo) corrispondono al 10% del totale. Mentre sono tra 150 e 200.000
le persone che ne dispongono come unica fonte di reddito. E' la prima
fotografia approfondita della gig economy del nostro Paese, di coloro che si
affidano a piattaforme internet che incrociano domanda e offerta di lavoro:
vengono gestiti spesso da un algoritmo e il rapporto con chi paga dura solo per
la singola prestazione e si rinnova ogni volta.
Il giudizio su queste
nuove forme di lavoro non è univoco: secondo i più critici, una nuova forma di
cottimo se non di sfruttamento, per altri sono soltanto nuove forme di lavoro
introdotte dalle nuove tecnologie e dalla rivoluzione informatica che saranno
sempre più diffuse e che pertanto hanno bisogno di una legislazione apposita e
non si può, come vorrebbero alcuni, considerarlo in ogni caso lavoro
dipendente.
Questi dati sono stati resi noti al festival dell’economia
di Trento, nel corso del quale sono stati anticipati i primi risultati dello
studio curato dalla fondazione Rodolfo Debenedetti, appunto sulla gig economy
in Italia, che sarà presentato nella sua completezza il prossimo 4 luglio.
Lo studio in questione non mancherà di sollevare polemiche.
Uno dei dati, ad esempio, rivela che il 45% dei lavoratori
si dice soddisfatto o abbastanza soddisfatto del lavoro svolto in questo modo e
il 50% si dice favorevole a farlo con le regole che vengono proposte da chi
commissiona la prestazione.
Più precisamente, secondi i due ricercatori Paolo
Natacchioni e Saverio Bombelli, estensori dello studio, i “gig workers” sono
tra i 700.000 e un milione di italiani, con una forchetta tra l’1,8 e il 2,6%
della popolazione.
Per una quota compresa tra 150 e 200.00 persone i
“lavoretti” come vengono definiti sono l’unica fonte di reddito, mentre per
tutti gli altri si tratta di occupazioni occasionali che vengono aggiunte
all’impiego vero e proprio, sia da chi ha contratti da dipendente, sia da chi è
un autonomo o partita Iva.
Come anticipato, i riders non sono più del 10% del totale:
la stragrande maggioranza della gig economy è coperta da chi lavora da casa o
comunque da remoto per servizi “clouding”, in pratica da chi elabora on line
dati, gestisce piattaforme internet o svolge traduzioni.
Ecco spiegato perchè la meta dei gig workers è donna. Non
così tra i riders, dove la componente femminile si ferma al 10%.
Altri dati faranno discutere: il 70% dei lavoratori
occasionali ha un livello di istruzione superiore, dal diploma di liceo al
master e solo il 3% è immigrato.
Il guadagno medio lordo è di 12 euro l’ora e solo il 34% dichiara
di conoscere i diritti legati al contratto di lavoro che hanno accettato e le
forme di tutela annesse.
Al momento prevale l’aspetto occasionale del lavoro, visto
che il 50% dei gig workers vi si dedica non più di 1-4 ore a settimana, mentre
il 20% tra 5 e 9 ore. Anche se una persona su due sostiene che vorrebbe
lavorare di più.
Come migliorare la situazione di tali lavoratori?
Il giurista Pietro Ichino ha, a questo proposito,
dichiarato: “Se vogliamo mettere a fuoco e risolvere il problema occorre
superare la distinzione tradizionale tra lavoro subordinato e lavoro
autonomo e dettare delle discipline specifiche per il lavoro organizzato
attraverso la piattaforma digitale.
Per esempio prevedere che il titolare della piattaforma
debba interfacciarsi con l'Inps e pagare le retribuzioni rispettando
un minimo retributivo e una contribuzione minima essenziale in campo
contributivo e antinfortunistico”.

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