martedì 26 dicembre 2017

Salute mentale, dimenticata dallo Stato


Il sistema pubblico, fondato su una rete diffusa costituita da oltre 900 dipartimenti di salute mentale, ritenuto a livello internazionale un modello di riferimento, corre un “doppio rischio”: da un lato quello del suo smantellamento progressivo, dall’altro quello di non riuscire a superare nemmeno le difficoltà quotidiane causate dall’aumento esponenziale di alcuni di tipi di patologie mentali. Lo sostengono, in un documento, alcuni rappresentanti della Sip (società italiana di psichiatria).

Nel documento, sottoscritto da Bernardo Carpiniello, Claudio Mencacci e Enrico Zanalda, rispettivamente presidente, ex presidente e segretario della Società italiana di psichiatria, si rileva tra l’altro:

“…L’Italia ha costruito nei suoi primi quattro decenni un capillare sistema pubblico, fondato su una rete diffusa costituita da oltre 900 dipartimenti di salute mentale alla quale viene affidato complessivamente il compito della prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie mentali e più in generale del disagio psichico.

Questo sistema, giustamente ritenuto a livello internazionale un modello di riferimento, in quanto concreta realizzazione della ‘psichiatria di comunità’, corre un ‘doppio rischio’: da un lato quello del suo smantellamento progressivo all’interno del silenzioso processo di accorpamenti che sta avvenendo in Italia a seguito della creazione di aziende sanitarie sempre più ampie.
 
Dall’altro quello di non riuscire a superare nemmeno le difficoltà quotidiane causare dall’aumento esponenziale di alcuni tipi di patologie mentali con un altissimo tasso di crescita, come i disturbi dell’umore e d’ansia (che oggi da soli rappresentano più un terzo dell’utenza), le ‘nuove patologie’ (disturbi di personalità, ‘dipendenze comportamentali’, disturbi mentali dovuti ad uso di sostanze), le nuove incombenze (assistenza psichiatrica nelle carceri, cura dei pazienti autori di reato, tutela della salute mentale dei migranti ) e la persistenza di uno zoccolo duro di persone affette da disturbi mentali gravi di tipo psicotico, che da solo assorbe oltre il 60% delle risorse.

Di fronte a tutto ciò il sistema pubblico mostra crescenti crepe, amplificate dal progressivo impoverimento delle risorse di personale (in molte regioni italiane gli organici siano addirittura la metà di quelli fissati sulla base dell’ultimo progetto obiettivo nazionale) e dalla generale scarsità di risorse finanziarie, che per la salute mentale si attestano mediamente su circa il 3,5% dell’intera spesa sanitaria, a fronte di cifre comprese fra il 10 e il 15% di altri grandi paesi europei (Francia, il Regno Unito, Germania)….

In questa situazione, la prevenzione sembra un miraggio, mentre appare sempre più improbo lo sforzo di diversificazione ed ampliamento dei protocolli di trattamento innovativi e basati sulle evidenze, resi indispensabili da una sempre maggiore complessità dei casi da trattare, siano essi di tipo psicosociale (dagli interventi psicoeducativi a quelli di rimedio cognitivo, dalle terapie cognitivo comportamentali ai programmi supportati di reinserimento lavorativo per i pazienti affetti da patologie gravi) che di tipo farmacologico.

Persino per quanto riguarda questi ultimi sembra essere in atto lo rincorsa al contenimento delle spese farmaceutiche, in una logica di tagli lineari, che la Sip rifiuta integralmente perché colpisce ed impoverisce un settore già inequivocabilmente sottofinanziato.

Tale logica sta portando a provvedimenti inaccettabili sul piano etico-deontologico e terapeutico che sono oggetto di sempre più numerose segnalazioni da parte degli psichiatri del servizio sanitario pubblico.

Si va dalla esclusione dai prontuari terapeutici di alcuni farmaci di nuova generazione nel settore degli antidepressivi e degli antipsicotici, all’imposizione ai dirigenti di dipartimento e di struttura di tagli degli ordini relativi agli stessi farmaci, cioè quelli più innovativi e a lunga durata d’azione.

Tali provvedimenti hanno inevitabilmente comportato il ritorno ai trattamenti con farmaci ‘depot’, di prima generazione, o ai trattamenti con farmaci per via orale, nonostante il fatto che i primi siano inequivocabilmente gravati da rilevanti e maggiori problemi di tollerabilità ed accettabilità rispetto a quelli nuovi, e i secondi non garantiscano una adeguata aderenza terapeutica esponendo a maggior rischi di ricaduta, generando un inevitabile problema di aumento dei costi per ricoveri ospedalieri e inserimenti residenziali.

Ma ciò che è più grave è che tutto ciò avvenga in sostanziale violazione del diritto dell’assistito a ricevere la miglior cura possibile e del medico a sceglierla…

Su queste basi noi contestiamo l’argomento da cui nasce la logica dei tagli ovvero lo spesso asserito incremento esponenziale dei costi dei trattamenti psicofarmacologici. Se la spesa farmaceutica italiana ha un costante trend crescente questo non è certo imputabile al settore dei trattamenti psicofarmacologici…

I trattamenti farmacologici sono riconosciuti come fondamentali per il trattamento di gran parte dei disturbi mentali, rappresentando per i disturbi maggiori la componente insostituibile di programmi di cura complessi e possibilmente personalizzati.


Come Società italiana di psichiatria riteniamo nostro dovere e diritto ribadire che ogni taglio ulteriore alla già inadeguata spesa sanitaria nel settore per la salute mentale, compreso la riduzione che si continua ad operare della spesa farmaceutica, sia inaccettabile anche perché indicativa, ove mai ve ne fosse necessità, della discriminazione delle persone affette da disturbi mentali e della sostanziale e crescente marginalizzazione del sistema della salute mentale, eterna Cenerentola all’interno del panorama del sistema sanitario nazionale”.

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