Il secondo turno, meglio conosciuto come ballottaggio, delle elezioni
comunali, svoltosi il 25 giugno, è stato contraddistinto dalla sconfitta del
centrosinistra, in primo luogo della sua componente più importante, il Pd, del
movimento 5 stelle e dalla vittoria del centrodestra.
Io sono stato per diverso tempo, fin da quando venne sconfitto da Bersani
nelle primarie del Pd, un sostenitore di Renzi, perché lo consideravo il solo
esponente di rilievo di quel partito che potesse davvero rinnovarlo e renderlo capace
di governare efficacemente l’Italia, tramite una politica riformista con la
quale si affrontassero anche i molti problemi strutturali del nostro Paese.
Ma con il passare dei mesi e degli anni, il contenuto innovativo
dell’azione di Renzi è andato progressivamente riducendosi fino ad arrivare
all’esito negativo del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che, di
fatto, si è rivelato essere un referendum pro o contro Renzi, pro o contro il
governo da lui presieduto.
Ma Renzi non ha effettuato, almeno pubblicamente, un’analisi approfondita
delle cause della sconfitta del 4 dicembre.
Si è sì dimesso da presidente del Consiglio ma è rimasto segretario del Pd,
ricandidandosi poi nelle successive primarie, peraltro da lui vinte con
un’elevata percentuale di voti.
Dopo il 4 dicembre non ha nemmeno iniziato a promuovere un’azione di
rinnovamento del suo comportamento e delle modalità di funzionamento del
partito da lui guidato.
Ha fatto in modo che il Pd fosse sempre più isolato non solo dagli altri partiti
e movimenti della sinistra ma anche, ed è quello che più conta, da componenti
importanti dell’elettorato, in primo luogo da quelle che hanno deciso di
astenersi.
A quest’ultimo proposito non ha affatto tentato di analizzare le cause
dell’aumento dell’astensionismo.
E’ apparso pensare solamente a come fare per andare il prima possibile alle
elezioni politiche anticipate, ritenendo forse che un Pd da lui guidato potesse
raggiungere il 40% dei voti ottenuto dai sì al referendum costituzionale.
Ma, lo rilevo di nuovo, non ha cambiato nulla o quasi del suo comportamento
e delle modalità di funzionamento del Pd.
E ha sottovalutato, poi, il risultato negativo del Pd conseguito nelle
recenti elezioni comunali.
E’ bene aggiungere che anche le altre principali componenti della sinistra
non stanno certo meglio, dai cosiddetti scissionisti del movimento democratico
e progressista a sinistra italiana e allo stesso movimento promosso da Giuliano
Pisapia, i cui contorni rimangono ancora incerti e comunque non ben delineati.
Ma la situazione di questi soggetti politici non deve far dimenticare le
notevoli difficoltà attraversate dal Pd e, a questo punto, non si può non
sostenere che il principale responsabile dei problemi del Pd, sebbene non il
solo, sia diventato Renzi.
Io non credo più che Renzi sia in grado di affrontare efficacemente le
difficoltà del Pd e, pertanto, dovrebbe essere sostituito alla segreteria di
questo partito.
E vi sono all’interno del Pd esponenti in grado di guidare questo partito
meglio di Renzi: ad esempio, fra i renziani, Del Rio e fra i non renziani,
Zingaretti.
Non è affatto detto che Renzi se fosse sostituito nel suo incarico di
segretario del Pd debba abbandonare definitivamente la politica. Negli anni a
venire potrebbe di nuovo assumere incarichi di rilievo. Ma oggi non più.
E si consideri che affrontare efficacemente i propri problemi non riguarda
solo il Pd ma l’intero sistema politico italiano ed anche la situazione
economica e sociale del nostro Paese.
Infatti se il Pd si rinnoverà davvero e diventerà sul serio un partito in
grado di affrontare i principali problemi dell’Italia i benefici potranno
estendersi alla maggioranza dei cittadini italiani, anche perché sia il
movimento 5 stelle che il centrodestra non sono in grado di affrontare quei
problemi, quanto meno seguendo un’efficace politica riformista di sinistra.

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