Con il rapporto “Ictus: le cure in Italia. Analisi civica dei percorsi
diagnostici, terapeutici e assistenziali”, presentato recentemente,
Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato fornisce un’analisi
dei percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali (Pdta) messi a
punto dalle Regioni, in ambito cerebro-vascolare.
Secondo il comunicato emesso da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti
del malato, le persone cardiopatiche in Italia sono pari a sette milioni e
mezzo, la percentuale rispetto all’intera popolazione è di oltre il 12%.
Per ciò che concerne le patologie cerebrovascolari, l'ictus cerebrale
rappresenta la prima causa di invalidità nel mondo, la seconda causa di demenza
e la terza causa di mortalità nei paesi occidentali.
Nel nostro Paese si registrano ogni anno poco meno di 200.000 casi di
ictus, dei quali circa un terzo porta al decesso nell'arco di un anno e circa
un terzo ad invalidità seria o significativa. La conseguenza di tale dato è che
le persone che attualmente vivono con gli effetti invalidanti di un ictus
in Italia hanno raggiunto la cifra di quasi un milione.
A fronte di questi dati, sono ancora poche le "stroke units"
(o unità cerebrovascolari) sul territorio, a scapito delle Regioni del Sud: su
300 unità cerebrovascolari, sono operative circa 160, di cui l'80% ubicate
nelle Regioni del settentrione d'Italia.
Molto si potrebbe fare con la prevenzione, ma nel nostro Paese la
percentuale di investimenti ad essa destinati è pari al 4,9% della spesa
sanitaria, con una spesa pro-capite annua di 88,9 euro contro, ad
esempio, la spesa della Svezia pari a 123,4 euro. Spagna e Francia si attestano
rispettivamente a 39,7 e 46,2, mentre la Germania arriva a 108,3.
Poco più della metà delle Regioni ha prodotto in Italia un formale
percorso diagnostico, terapeutico ed assistenziale per i pazienti con malattie
celebro-vascolari. Il Friuli Venezia Giulia risulta essere la realtà
che ha elaborato percorsi più completi, poi, anche se con modalità differenti,
Trentino Alto Adige, Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Marche,
Basilicata Sicilia. Lazio, Puglia ed Umbria dovrebbero pubblicare a breve Pdta
specifici, mentre indietro appaiono Sardegna e Molise.
Fra le 13 Regioni “virtuose”, soltanto Piemonte e Friuli Venezia Giulia
hanno attivato un processo di informazione e partecipazione dei
cittadini-pazienti in questi percorsi.
Sul fronte della prevenzione primaria, le Regioni le migliori
nell’attivare percorsi di coinvolgimento degli operatori e dei cittadini sono
Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia Romagna e Basilicata.
Risultano essere ben definite le equipe multidisciplinari, anche se,
sul fronte della riabilitazione, appaiono più avanti sempre Friuli Venezia
Giulia, Piemonte, Emilia Romagna, Basilicata, Marche.
Dettagliata anche la definizione dei tempi per eseguire le
prestazioni, ma restano linee di ombra sull’effettiva copertura dei servizi e
del personale a disposizione nei diversi ambiti.
"I Pdta devono diventare una vera strategia nazionale del servizio
sanitario regionale. Devono essere lo strumento per la migliore presa in carico
in tutte le Regioni delle persone con malattie croniche e rare”, ha rilevato
Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del
malato-Cittadinanzattiva.
Per questo proponiamo l’istituzione di un ‘sistema nazionale Pdta’,
guidato dal ministero della Salute insieme alle Regioni.
La finalità è quella di garantire l'elaborazione e l'aggiornamento costante
di Pdta nazionali, con l'individuazione dei punti irrinunciabili del percorso
da garantire in tutti i territori regionali e nel rispetto delle competenze
delle Regioni.
Il sistema nazionale dovrà inoltre promuovere la loro omogenea diffusione
sul territorio, oltre che la valutazione degli esiti di salute ed economici che
questi strumenti producono.
Per dare gambe al ‘sistema nazionale Pdta’ chiediamo anche l’attivazione di
una ‘rete nazionale’ composta da operatori sanitari, associazioni di
pazienti, organizzazioni civiche, costantemente presente nei diversi luoghi,
livelli e fasi di governo degli stessi Pdta, e che promuova scambi di
buone pratiche e la messa in rete delle informazioni.
Per rendere però realmente esigibili i Pdta, e non farli rimanere solo
sulla carta, è necessario che le Regioni cambino passo sia rispetto alle
loro strategie di comunicazione e informazione rivolte ai cittadini,
sia riguardo allo sviluppo dei loro sistemi informatici, al fine di
garantire il dialogo e l’integrazione in tempo reale tra tutti i professionisti
e le Istituzioni coinvolti”.

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