E’ noto che, soprattutto in seguito alla riforma Fornero, molti lavoratori
sono andati o andranno in pensione più tardi e quindi hanno continuato o
continueranno a lavorare. Del resto recenti statistiche sul mercato del lavoro
dimostrano che gli occupati con età superiore ai 55 anni sono aumentati. E,
pertanto, in seguito a tale situazione, spesso si sostiene che i giovani
abbiano maggiori difficoltà nel trovare un lavoro. Ma uno studio della Banca
d’Italia, i cui principali risultati sono contenuti nella relazione annuale
pubblicata in occasione delle considerazioni finali del Governatore, dimostra
il contrario.
Cosa si può leggere nella relazione annuale riguardo allo studio in
questione?
“Nel lungo periodo l’innalzamento dei requisiti pensionistici, prolungando
la partecipazione al mercato del lavoro, tende ad avere effetti espansivi sul
prodotto.
Nel breve periodo un aumento dell’età pensionabile potrebbe ripercuotersi
negativamente sulle prospettive occupazionali dei più giovani se questi ultimi
svolgono mansioni simili a quelle dei lavoratori più anziani; l’effetto può
tuttavia essere positivo se svolgono ruoli diversi e complementari.
Secondo nostre analisi non vi è evidenza di un nesso negativo, nemmeno nel
breve periodo, tra il prolungamento della vita lavorativa degli anziani e
l’occupazione dei giovani; piuttosto i due fenomeni appaiono complementari.
Utilizzando i dati della rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat per
il periodo 2004-2016, l’analisi empirica evidenzia che, controllando per le
condizioni cicliche a livello di macroarea geografica e per le caratteristiche
di ciascuna provincia nella media del periodo, le variazioni dei tassi di
occupazione provinciali dei lavoratori più anziani (55-69 anni) e quelle dei
più giovani (15-34 anni) non mostrano una correlazione negativa, bensì
lievemente positiva.
Pur se associato a un aumento dell’occupazione giovanile a livello
aggregato, l’allungamento della vita lavorativa dei più anziani potrebbe aver
reindirizzato alcuni giovani verso settori o imprese diversi nell’ambito della
stessa provincia. Tale ipotesi è stata verificata attraverso un campione
rappresentativo di imprese con almeno 20 addetti tratto dagli archivi dell’Inps
per il periodo 2008-2015, con lo scopo di valutare se la maggiore permanenza
nell’impresa dei lavoratori con almeno 55 anni, determinata da cambiamenti
nelle regole pensionistiche, abbia modificato assunzioni, flussi in uscita e
salari dei lavoratori delle altre fasce di età nell’ambito della stessa
azienda.
All’aumento dei lavoratori più anziani è corrisposto l’incremento di quelli
più giovani, a supporto dell’ipotesi di complementarità tra le due classi di
età.
Tali risultati sono validi sia considerando tutti i diversi interventi
pensionistici che si sono susseguiti nel periodo, sia limitando l’analisi agli
effetti della sola riforma Fornero: nel campione analizzato quest’ultima ha
comportato nel breve periodo un incremento dell’occupazione di quattro decimi
tra le persone oltre i 55 anni e di circa un decimo tra i più giovani.
Vi è infine evidenza che l’aumento dell’offerta di lavoro degli individui
più anziani abbia determinato una leggera riduzione del loro salario”.
Quindi lo studio della Banca d’Italia dimostra che occorre stare molto
attenti a sostenere delle tesi, in ambito economico, la cui validità sembra
evidente, ma che non sono suffragate da dati e da analisi approfondite di tali
dati.
Peraltro, nel caso specifico, i risultati dello studio della Banca d’Italia
sono in linea con quelli emersi in un’altra analisi della Bce svolta nel 2015
in tutti i Paesi dell’eurozona.

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