Nel
2022, in Italia, l’occupazione è cresciuta dell’1,9%, rispetto all’anno
precedente, un valore percentuale superiore al valore medio dei Paesi
dell’Unione europea (+1,5) e ai valori percentuali di Paesi come la Germania
(+1,7), la Francia (+0,9) e la Spagna (+1,7). Gli occupati, in valore assoluto,
sono aumentati di 326.000 unità. Tutto bene quindi? Non proprio.
Certo è positivo che, nel nostro Paese, gli occupati siano aumentati.
Ma l’aumento degli occupati non è stato sufficiente a ridurre i problemi strutturali che contraddistinguono da tempo l’occupazione in Italia, problemi che si evidenziano chiaramente se si effettuano gli opportuni confronti con gli altri Paesi dell’Ue.
Infatti, nel 2022, il tasso di occupazione in Italia ha assunto il valore più basso tra quelli relativi al tasso di occupazione verificatisi nei 27 Paesi dell’Unione europea. Quindi in Italia il valore del tasso di occupazione, pari al 60,1% è risultato essere notevolmente inferiore al valore medio dell’Ue, pari al 69,9%.
Rispetto al 2011, il tasso di occupazione, nel nostro Paese, è sì aumentato, passando dal 58,2% al 60,1%, ma in misura insufficiente, tanto che l’Italia è diventato il “fanalino di coda” fra i Paesi Ue, nel 2022. Almeno nel 2011 la Grecia era l’ultimo Paese dell’Ue, quanto a tasso di occupazione. Nel 2022, invece, ci ha superato anche la Grecia.
E in Italia, da tempo, il valore del tasso di occupazione complessivo è basso perché molto basso è il tasso di occupazione femminile, pari al 52,1%, contro una media Ue del 65%, e molto alto è il tasso di disoccupazione dei giovani under 25, pari al 22,1%, contro il 15% della media europea.
Pertanto, gli occupati, in Italia, dovrebbero aumentare in misura molto consistente, in misura decisamente maggiore rispetto a quanto avvenuto nel 2022, se si vuole, come necessario, che il tasso di occupazione cresca notevolmente.
Nel 2022 alcuni elementi positivi si sono verificati: gli occupati permanenti sono aumentati di 515.000 unità, mentre quelli temporanei sono diminuiti di 143.000 unità.
Ma, ripeto, nel 2022, sono rimasti inalterati i problemi strutturali del mercato del lavoro italiano.
Sarebbe necessaria una politica del lavoro all’altezza di quei problemi, politica di cui però non si avverte nemmeno l’inizio.

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