mercoledì 22 giugno 2022

Il lavoro minorile molto diffuso anche in Italia

 

In Italia 2,4 milioni di occupati hanno iniziato a lavorare prima dei 16 anni Il lavoro minorile continua ad essere un fenomeno ancora diffuso non solo a livello mondiale, ma anche nel nostro Paese dove tale tematica trova specifica tutela nella Costituzione e nella normativa (L. n. 977/1967). Di tale fenomeno si occupa una ricerca promossa dalla fondazione studi dei consulenti del lavoro.

Per quanto si tratti di un problema diffuso soprattutto nei Paesi in via di sviluppo (l’Ilo - Organizzazione internazionale del Lavoro - stima in 152 milioni i bambini vittime di lavoro minorile nel mondo), anche le economie più avanzate, come la nostra, non ne sono immuni.

Tra il 2018 e il 2019 sono stati accertati dall’Ispettorato del lavoro più di 500 casi di illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e adolescenti, sia italiani che stranieri, di cui la maggioranza nei servizi di alloggio e ristorazione, circa 70 nel commercio all’ingrosso o al dettaglio, e a seguire attività manifatturiere e agricoltura.

Manca comunque una rilevazione sistematica in grado di definire contorni e caratteristiche del fenomeno: l’ultima è stata effettuata da Save the Children nel 2013 e stimava in circa 260.000 i minori di 16 anni interessati da un’esperienza di lavoro.

Quello che è certo è che si tratta di un fenomeno estremamente composito e articolato. Dietro una condizione di irregolarità quale quella del lavoro minorile, si nascondono infatti situazioni che vanno dal vero e proprio sfruttamento a collaborazioni retribuite nell’ambito di attività famigliari, a piccoli ed estemporanei lavori stagionali, frutto della volontà di sperimentare precocemente un’esperienza lavorativa, alla necessità di lavorare imposta dalle condizioni economiche familiari.

In ogni caso lo svolgimento di un lavoro da parte di minori al di sotto dei 16 anni rappresenta un comportamento lesivo dei loro diritti, che finisce per ripercuotersi sulle loro prospettive formative, professionali, sociali e di vita.

Secondo le stime elaborate dalla fondazione studi a partire dai microdati dell’indagine sulle forze di lavoro dell’Istat, si è in presenza di un fenomeno di irregolarità molto diffuso che ha interessato circa 2,4 milioni degli attuali occupati tra i 16 e 64 anni.

Sebbene l’analisi si concentri su un segmento specifico - quanti nel 2020 avevano un’occupazione - escludendo pertanto gli attuali inoccupati dalla rilevazione, consente di offrire uno spaccato interessante, sulle dimensioni, sulle caratteristiche e sull’evoluzione del fenomeno.

Complessivamente il 10,7% degli attuali occupati ha iniziato a lavorare a un’età inferiore ai 16 anni ma, negli anni, tale quota è andata riducendosi, a seguito della crescita dei livelli di istruzione della popolazione, di benessere delle famiglie e sviluppo del Paese.

L’analisi sulla componente giovanile consente di circoscrivere più specificatamente il fenomeno del lavoro minorile, evidenziando non solo le dimensioni e le caratteristiche più recenti, ma anche gli impatti sui percorsi di sviluppo formativi e professionali.

Nel 2020 su 4,9 milioni di occupati con meno di 35 anni, più di 230.000 (il 4,7%) dichiaravano di aver svolto una qualsiasi forma di lavoro retribuita già prima dei 16 anni. La maggioranza (il 64,7%) ha iniziato a 15 anni, mentre più di un terzo, in età ancora più giovane: il 27,7% a 14 anni, il 6,2% a 13 anni e l’1,3% prima dei 13 anni.

Il fenomeno risulta più diffuso tra gli uomini rispetto alle donne.

Tra i primi, la quota di quanti hanno iniziato a lavorare prima dei 16 anni è del 5,6%, tra le seconde del 3,4%: un dato che risente della maggiore propensione degli uomini ad abbandonare gli studi, ma anche di un più significativo coinvolgimento nelle esigenze di sostentamento delle famiglie in condizioni economiche disagiate rispetto alle donne. Complessivamente su 100 giovani con esperienza di lavoro minorile, 70 sono uomini e 30 donne

A livello territoriale, invece, si evidenzia una maggiore diffusione nelle regioni del Nord, dove è il 5% dei giovani occupati ad avere iniziato a lavorare prima dell’età legale rispetto al Mezzogiorno (4,8%) e al Centro (3,8%): un dato questo imputabile alle maggiori opportunità occupazionali offerte dal tessuto produttivo del Nord Italia, in cui la possibilità di iniziare a lavorare precocemente costituisce per molti anche la causa di interruzione del percorso formativo.

Ma quello che emerge con maggiore evidenza dall’analisi è l’impatto che il lavoro minorile finisce per avere sulle prospettive di vita dei giovani coinvolti, differenziandone fortemente i percorsi di formazione e di carriera futuri rispetto a quelli dei loro coetanei, anche in tempi recenti.

Tra gli occupati con meno di 35 anni che hanno iniziato a lavorare prima dei 16 anni, circa la metà (46,5%) consegue al massimo la licenza media, il 10,6% completa il ciclo della formazione obbligatoria, con un diploma secondario di 2-3 anni, mentre il 31,7% ha un diploma secondario di 4-5 anni e solo l’11,2% ha una laurea.

Tra quanti hanno invece iniziato a lavorare in età legale, il 27,3% consegue la laurea, il 47,3% un diploma secondario, e solo il 17,9% si ferma alla licenza media.

Se è evidente la correlazione tra lavoro minorile e abbandono scolastico, che interessa circa la metà dei lavoratori precoci, il fatto che un’altra quota importante riesca comunque a conseguire titoli di studio più elevati, offre uno spaccato molto articolato del lavoro minorile, evidenziando anche situazioni di necessità o volontà, che non collidono con il raggiungimento di livelli formativi più elevati.

Il più basso livello di scolarizzazione influisce poi sui percorsi di carriera.

Coloro che hanno iniziato a lavorare prima dei 16 anni, molto raramente riescono a raggiungere i vertici della piramide professionale: solo il 17% arriva a svolgere una professione imprenditoriale, intellettuale o tecnica mentre si riscontra un valore quasi doppio di quanti, al contrario, iniziano a lavorare più tardi.

Di contro, circa la metà (50,1%) svolge una professione a media-bassa qualificazione: artigiano o operaio specializzato (27,6%), conduttore di impianto o operaio (10,5%), professione non qualificata. Tra quanti non sono stati interessati da esperienze di lavoro minorile tale dato si colloca al 31,2%.

Risulta evidente, quindi, che occorra operare per ridurre le dimensioni del lavoro minorile anche in Italia.

E’ necessario, certamente, intensificare i controlli che, attualmente, sono del tutto insufficienti.

Ma è altrettanto necessario contrastare il fenomeno della dispersione scolastica, una delle principali motivazioni alla base della diffusione del lavoro minorile.

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