Abolire il carcere. Questo è
il titolo, di un libro recentemente pubblicato e scritto da Luigi Manconi,
Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. Tra l’altro gli autori
si pongono la seguente domanda: “Non ci appare stupefacente che in tanti
secoli l’umanità che ha fatto tanti progressi in tanti campi delle relazioni
sociali non sia riuscita a immaginare nulla di diverso da gabbie, sbarre, celle
dietro le quali rinchiudere i propri simili come animali feroci?”
La prefazione è scritta dall’ex magistrato Gherardo Colombo che riporto integralmente.
“Taglio laico, intento dimostrativo. Questo libro vuol far vedere che è giusto abolire il carcere e che è possibile farlo. Per darne, appunto, dimostrazione, espone le tematiche di maggior rilievo in modo chiaro e comprensibile a tutti.
E sufficiente scorrere l’indice per constatare quanti sono gli aspetti che entrano in gioco per rispondere alla domanda: è opportuno, è necessario, occorre abolire il carcere?
Ecco dunque le pagine dedicate alla ricostruzione storica, che mostrano come solo da anni relativamente recenti la pena per antonomasia consista nella reclusione; quelle che descrivono cosa è il carcere oggi e quali effetti provoca; quelle che ragionano sulla sua sostanziale inutilità per garantire la sicurezza dei cittadini, e sul suo effettivo contributo a renderla più problematica.
Ecco i paragrafi sulle contraddizioni di cui il carcere vive; sul conflitto permanente di cui si nutre tra le ‘guardie’ e i ‘ladri’, gli appartenenti alla polizia penitenziaria da una parte e i detenuti dall’altra; sulle tragedie che provoca, difficilmente descrivibili (ma gli autori ne descrivono non poche), che hanno come uno dei più drammatici prodotti la frequenza dei suicidi (nei detenuti è, in media, 17-18 volte quella delle persone libere, e anche negli appartenenti alla polizia penitenziaria è superiore alla media nazionale); sul costante disconoscimento reciproco, che presenta raramente eccezioni.
E ancora, ecco le puntuali note sulla irrazionalità di un sistema che costa nell’anno in corso (2022) quasi 3 miliardi e 200 milioni di euro, per gestire circa 55.000 detenuti con una spesa giornaliera di circa 160 euro a detenuto - faceva argutamente notare un ospite di un istituto di pena milanese: ‘Me ne dessero la metà sicuramente smetterei di delinquere’ - ottenendo come risultato finale che meno di un terzo di chi dal carcere esce non ci ritorna di nuovo per aver commesso un altro reato. Ecco le osservazioni sulle contraddizioni, spesso gravi, tra quel che sta scritto nella Costituzione e la realtà del carcere.
Il testo è molto ricco, pur rimanendo la sua consultazione agile e rapida.
Tutti gli argomenti costituiscono la base, gli ingredienti per rispondere alla domanda iniziale, la domanda essenziale, quella che dà senso a tutto il lavoro: ‘Possiamo fare a meno del carcere?’, da cui il titolo del libro, Abolire il carcere. Si tratta cioè di verificare se questa espressione così forte (e così generatrice di timori in tante persone) sia davvero praticabile: si può abolire il carcere?
Se ciò non fosse, se non si potesse fare a meno del carcere, il testo si risolverebbe in una lamentela, certo giustificata sotto tanti profili, ma sterile quanto al raggiungimento dell’obiettivo finale, quello appunto dell’eliminazione del sistema penitenziario.
Se il carcere non si può abolire, è inutile porsi lo scopo di eliminarlo; si potranno svolgere attività dirette a migliorarlo, a renderlo più umano, più efficace; ma il carcere non potrà essere sostituito proprio perché ineliminabile. Mi pare evidente che la risposta richieda di chiarire la materia.
Ciò di cui si prospetta l’abolizione è il carcere così come è praticato, come funziona, come vi si vive oggi: appunto una macchina da oltre tre miliardi di euro (quante imprese in Italia hanno un bilancio del genere?) applicata a circa 55.000 persone che mediamente vivono in circa tre metri quadrati a testa, nella cosiddetta camera di pernottamento (che, cambiato il nome, corrisponde per il resto, nella generalità dei casi, allo spazio fino a poco tempo fa denominato cella).
Una macchina dove la cura dell’igiene dipende spesso dai volontari; dove il lavoro, per quanto si vada a piccoli passi verso un miglioramento, non è garantito alla gran parte di chi vi vive, dove la cura dell’istruzione è molto approssimativa, e via dicendo (e ci sarebbe molto altro da dire).
Gli autori, dopo avere esposto con grande chiarezza le ragioni dell’abolizione, precisano in che cosa questa debba consistere.
L’abolizione è illustrata attraverso dieci punti, racchiusi nel penultimo capitolo, dal titolo ‘Per abolirlo davvero’.
Se si leggono i dieci punti, le persone perplesse, e una parte consistente di quelle che si indignerebbero e/o si spaventerebbero anche solo a sentir parlare di abolizione del carcere, converrebbero che la cosa si può fare: cito soltanto tre dei dieci punti: il carcere residuale; niente carcere prima del giudizio; diritti in carcere.
Se si parla di carcere residuale, di diritti in carcere, se si esclude che in carcere si possa andare prima del giudizio, si dice che il carcere continuerà a esistere anche dopo la sua ‘abolizione’.
Il fatto è che se si realizzasse tutto quel che gli autori propongono il carcere che ne uscirebbe sarebbe così diverso da quello attuale che il nome che ora usiamo per definirlo non lo identificherebbe più.
Il ‘carcere’ incomincerebbe finalmente a svolgere la sua funzione di tutela della collettività, senza però tradire la Costituzione e cioè senza privare coloro che vi sono ristretti dell’esercizio dei loro diritti fondamentali, che con la tutela di tutti non confliggono.
Un carcere davvero residuale, nel quale siano ristrette le persone nei cui confronti non possano essere usate misure alternative (delle quali ora ne sono previste alcune, che già potrebbero incidere notevolmente anche nella riduzione della popolazione carceraria, ma nulla vieta se ne possano introdurre altre, come si suggerisce ampiamente) senza mettere a rischio la sicurezza della cittadinanza; un carcere che non sia il succedaneo, il surrogato molto approssimativo e assai negativo dell’assistenza e delle cure che dovrebbero essere dedicate alle persone malate; un carcere che garantisca lo spazio vitale, ora spesso da noi violato non soltanto per quel che riguarda le camere di pernottamento ma anche gli altri luoghi nei quali dovrebbe svolgersi la vita dei detenuti; un carcere che curi l’igiene, l’istruzione, la cultura, e si preoccupi di garantire anche il diritto alla affettività.
Un carcere che non uccida la speranza di coloro che vi sono reclusi sapendo di poter uscire solo da morti, e la speranza di tutti noi che l’essere umano, qualsiasi atrocità abbia commesso, possa tuttavia cambiare e riprendere a intrattenere relazioni libere e positive con il resto del mondo.
Io, vi confesso, sarei andato ancora più in là: avrei proposto di svincolare completamente il carcere dalla natura e dalla gravità del reato, e di legarlo esclusivamente alla pericolosità: in carcere ci sta solo chi è pericoloso e solo per il tempo in cui è pericoloso.
Gli autori sono più giudiziosi, tengono i piedi ben fermi per terra, non pensano all’azzardo di abolire del tutto il carattere retributivo della pena (anche se ci vanno vicino) e si rendono conto (su questo li seguo anch’io) che le modifiche che propongono, così significative, non possono essere introdotte dall’oggi al domani.
Credo possa continuare a spaventare l’idea dell’abolizione dell’ergastolo, che gli autori pure sostengono (e che mi vede completamente d’accordo): ritengo tuttavia che condividerebbero, ove si arrivasse a escludere la pena perpetua, l’introduzione di misure che impediscano, a chi continui a essere pericoloso, una volta scontata la pena, di riprendere a fare del male a chi gli sta intorno”.

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