domenica 29 maggio 2022

Di nuovo un massacro in Darfur

 

Domenica 24 aprile sono stati di nuovo bruciati villaggi e uccisi i civili, in Darfur. Sono state massacrate almeno 150 persone, la strage più sanguinosa degli ultimi anni, in una escalation di scontri a sfondo etnico (come 20 anni fa) tra le milizie arabe e le comunità nere, governativi e ribelli autonomisti, pastori e agricoltori.

Il nome delle milizia che ha compiuto il massacro non è cambiato: “janjaweed”, i famigerati “diavoli a cavallo”. Questa volta i diavoli sono arrivati in moto e a bordo di pick-up tra le casupole di Kereneik, sparando e uccidendo fin dalle prime luci dell’alba.

Questa volta non sembra esserci un legame diretto con il governo centrale del Sudan, dove attualmente comanda una giunta militare che lo scorso ottobre ha spezzato il percorso democratico seguito alla caduta del presidente Omar al-Bashir.

Tutto ciò si è verificato in coincidenza con l’avvio, presso la Corte penale internazionale dell’Aja, del primo processo per le atrocità commesse in Darfur nel periodo 2004-2005 (un genocidio con 200.000 vittime).

L’unico imputato al processo è Ali al-Rahman (Bashir è latitante e il ricercato numero uno della Corte penale internazionale), considerato il “logista” dei massacri in Darfur (eccidi, stupri, roghi ai quali avrebbe preso parte direttamente).

I “pesci grossi” sono lontani, alcuni neppure ricercati. Tra i “janjaweed” un ruolo di primo piano fu svolto da Mohammed Dagalo (noto con il vezzeggiativo di Hemedti, “il piccolino”).

Ed Hemedti, già fedelissimo di Bashir, è l’uomo più temuto della giunta militare oggi al potere.

E’ lui la guida delle potenti e sanguinarie forze di supporto rapido (di fatto eredi dei “janjaweed”) che hanno represso nel sangue la primavera sudanese, lui il referente del governo russo (i mercenari della Wagner operano anche in Darfur).

In un tale contesto è possibile che, nel prossimo futuro, altri massacri si verifichino in Darfur.

Sarebbe quindi auspicabile che i governi occidentali e le istituzioni politiche internazionali si occupino di quanto potrà avvenire nuovamente in Darfur, prevenendo il manifestarsi di episodi quali quello verificatosi il 24 aprile scorso.

Oltre che auspicabile quanto da me ipotizzato sarà anche possibile?

Senza dubbio i precedenti di venti anni fa non inducono ad essere ottimisti.

Spero però che proprio le stragi di 20 anni fa impongano una maggiore attenzione ai soggetti politici che potrebbero fare qualcosa.

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