mercoledì 4 maggio 2022

1,5 milioni i lavoratori poveri

 

In occasione del Primo Maggio per la festa del lavoro, è stato presentato il rapporto realizzato dal sindacato Ugl e dal Censis, “Tra nuove povertà e lavoro che cambia: quel che attende i lavoratori oltre il Covid-19”.  Tra i contenuti del rapporto di particolare importanza il numero dei lavoratori poveri: 1,5 milioni.

In dieci anni i lavoratori poveri sono considerevolmente aumentati, +84%, e in valore assoluto + 690.000.

Un vero e proprio boom di nuova povertà da retribuzioni insufficienti.

In particolare, nel decennio sono triplicati i lavoratori in proprio poveri: +230% per il mondo delle partite Iva a basso potere contrattuale.

Nel 2019-2020 gli occupati poveri sono aumentati di 269.000 unità (+22%).

Tra i lavoratori in proprio i poveri sono aumentati del 48% e tra gli operai del 22%.

Il lavoro ancora più svalorizzato, ecco la pesante eredità di un anno di pandemia, che lo ha reso anche meno sicuro, visto che il 65,2% dei lavoratori si è sentito perseguitato dalla paura di finire in gravi difficoltà economiche. Un sentimento più forte nelle aziende tra 10 e 49 dipendenti (74%).

Tra l’Italia pre Covid-19 e quella post Covid-19 (febbraio 2020 e febbraio 2021) si sono registrati  945.000 occupati in meno (-4,1%). Un duro colpo che accomuna i lavoratori dipendenti, con 590.000 occupati in meno (-3,3%) e quelli autonomi, con -355.000 occupati (-6,8%).

Un dato che taglia il mondo del lavoro trasversalmente alle condizioni sociali ed economiche, con il 65,7% dei lavoratori impauriti o in ansia e, comunque, preoccupati per il proprio futuro.

Nel decennio 2010-2020 si è registrato un incremento delle professioni intellettuali con 550.000 occupati in più (+19%), degli addetti alla vendita e ai servizi personali (+398.000, +10,5%) e del personale non qualificato (+180.000, +7,9%).

Allo stesso tempo, colpisce il crollo di dirigenti e imprenditori (-100.000, -14%) e di operai ed esecutivi (-711.000, -12,1%).

Nel lavoro che aumenta emerge una neopolarizzazione intorno al contenuto intellettuale, con più spazi da un lato per ingegneri, analisti e progettisti di software, statistici e specialisti in scienze umane e sociali, e dall’altro per lavori poco o per niente qualificati, di servizio.

Intanto diminuiscono le figure professionali più tradizionali, dai dirigenti agli operai.

Si è verificata una ricomposizione del mondo del lavoro di lungo periodo, che ha subìto accelerazioni a seguito delle recenti vicende pandemiche.

Infatti, è cambiato il modo quotidiano di lavorare, con oltre un terzo dei lavoratori che ha svolto le proprie attività in remoto, in smart working, soprattutto dirigenti e impiegati, anche se appare sempre più necessario modularlo con il lavoro in presenza.

Dal rapporto Ugl-Censis emerge anche che gli italiani sono pronti a premiare le aziende che operano con trasparenza e che rispettano i diritti dei lavoratori: l’83,8% degli italiani (l’87,4% tra i giovani) è disposto a pagare qualcosa in più per i prodotti equo sociali, realizzati senza sfruttamento delle persone o ricorso a lavoro minorile.

Vi è poi la convinzione che in questa fase occorra potenziare imprese ed economie locali italiane: l’83,6% dei consumatori è pronto a spendere di più per avere prodotti e servizi italiani, dalle materie prime alla distribuzione.

Un dato che resta trasversalmente alto nei territori e gruppi sociali, con punte dell’87,3% tra i laureati.

La dignità del lavoro, insomma, è per gli italiani un valore costitutivo  dell’etica collettiva, che prevale sull’aspetto prettamente economico.

 “Come emerge dal rapporto che abbiamo realizzato con il Censis, il mondo del lavoro è in continuo cambiamento e soprattutto in questo anno di pandemia i lavoratori sono stati costretti ad adattarsi ai mutamenti, a volte drammatici, che hanno creato sacche preoccupanti di povertà.

I cittadini necessitano di risposte concrete, il tessuto produttivo del nostro Paese ha bisogno di credito e liquidità per uscire dalla crisi. In tal senso, i fondi contenuti nel Recovery Plan rappresentano un’opportunità storica per la ricostruzione economica del Paese”, ha rilevato il segretario generale dell’Ugl Paolo Capone.

Per il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, “Il pericolo maggiore per l’economia e la società italiana in questa fase è la letargia di troppi italiani, che sembrano voler restare rintanati in se stessi in una sorta di trance.

Per incoraggiare lo sviluppo e andare oltre i disagi di questo periodo, come in altre fasi difficili, conteranno non tanto i piani superfinanziati, ma la vitalità ottimista inscritta nella chimica ordinaria della vita sociale, nella ritrovata quotidianità delle persone e delle comunità”.

Mi sembra doveroso aggiungere, in conclusione, che il rapporto dimostra che esiste davvero in Italia una questione salariale. Che molto spesso, cioè, l’importo dei salari è del tutto insufficiente.

E’ necessario, pertanto, aumentare i salari, o incrementando le retribuzioni o riducendo il cuneo fiscale.

Senza l’aumento dei salari, anche in seguito all’incremento del tasso di inflazione, si determinerà ancora una riduzione del potere di acquisto dei lavoratori, impedendo così quell’aumento dei consumi,  indispensabile per intensificare la crescita economica.

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