Le prestazioni sanitarie erogate regime di
intramoenia nel 2020 sono diminuite del 33%, rispetto al 2019, a causa
della pandemia. Il 57,1% delle
prestazioni ha avuto un tempo di attesa inferiore ai 10 giorni e il 28,4% tra
gli 11 e i 30/60 giorni.
Questi e altri dati sono contenuti nella “relazione sullo stato di attuazione delle modalità organizzative dell’attività intramuraria” e nel “report dei monitoraggi ex ante dei tempi di attesa per l’attività libero professionale intramuraria”, realizzati dall’Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.
Il dato più interessante mi sembra il seguente:
in riferimento ai tempi di attesa, si è riscontrato che:
il 57,1% delle prenotazioni ha avuto un tempo di attesa inferiore ai 10 giorni;
il 28,4% delle prenotazioni è stato fissato tra gli 11 e i 30/60
giorni (30 giorni per la visita specialistica, 60 giorni per le prestazioni
strumentali);
per il 14,5% delle prenotazioni si è dovuto attendere oltre i
30/60 giorni.
La maggior parte delle richieste (circa il 78% del totale) hanno riguardato le visite specialistiche mentre il 22% delle prenotazioni sono state rappresentate dalle prestazioni diagnostiche.
Le visite più prenotate in intramoenia sono state la visita cardiologica, la visita ginecologica e la visita ortopedica.
La mammografia è stata la prestazione con giorni di attesa più alti (solo 1/3 con prenotazione entro i dieci giorni).
Il 91% delle prestazioni è stato erogato esclusivamente all’interno degli spazi aziendali, l’8% esternamente all’azienda ma secondo le tipologie previste (studi privati collegati in rete o presso altre strutture pubbliche previa convenzione). Solo un residuale 1% di attività viene svolta ancora presso studi non ancora collegati in rete.
Dall’analisi dei volumi relativi alle prestazioni ambulatoriali, è emerso che analizzando il rapporto tra i volumi di visite specialistiche erogate in intramoenia e i volumi di quelle erogate in regime istituzionale si sono registrati, a livello nazionale, valori compresi tra il 3% (visita fisiatrica e visita oncologica) e il 29% (visita ginecologica), mentre esaminando quello tra i volumi di prestazioni diagnostiche si sono verificati valori compresi tra l’ 1% (tac, elettrocardiogramma dinamico (holter), elettromiografia, mammografia monolaterale, risonanza magnetica, spirometria globale) e il 42% (ecografia ginecologica).
Valeria Fava, responsabile delle politiche per la salute di Cittadinanzattiva, ha così commentato, tra l’altro, il rapporto: “…Occorre tuttavia accelerare da parte delle Regioni l’approvazione dei piani straordinari per il recupero delle prestazioni sospese a causa del Covid-19, vigilare e rendere trasparenti i dati sull’andamento dei recuperi, sui modelli organizzativi adottati dalle Regioni per garantire il ripristino delle prestazioni, sulle tempistiche previste e sull’utilizzo dei fondi stanziati.
In alcune realtà il rapporto tra prestazioni erogate in intramoenia e nel canale istituzionale (che non deve superare il 100%, ossia per ogni prestazione erogata nel canale intramurario ce ne deve essere almeno una erogata nel pubblico) ha evidenziato che per i cittadini il ricorso all’intramoenia non è una libera scelta ma una scelta obbligata.
Il rapporto ha certificato infatti che, in 13 regioni su 21, si sono rilevate situazioni in cui il suddetto rapporto è stato superiore al 100% soprattutto nell’ambito della visita e della ecografia ginecologica”.
Io ritengo che sia particolarmente negativo il fatto che i tempi di attesa delle prestazioni erogate in regime di intramoenia siano considerevolmente più bassi rispetto ai tempi di attesa delle prestazioni ordinarie, i quali spesso sono, in modo inaccettabile, molto alti, superando anche l’anno.
Pertanto, mi sembra opportuno, per diminuire considerevolmente i tempi di attesa delle prestazioni ordinarie, anche limitare o addirittura abolire il ricorso alle prestazioni intramoenia.

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