I risultati delle elezioni comunali, svoltesi alcuni giorni fa, in primo luogo quelli dei candidati a sindaco e dei diversi partiti, sono stati oggetto di notevole attenzione da parte dei media. Minore attenzione, anche se superiore a quanto avvenuto in passato, è stata rivolta alla forte crescita dell’astensionismo.
Io credo, invece, che la crescita dell’astensionismo può essere considerata anche più importante degli altri risultati.
Nel complesso hanno votato circa il 55% degli aventi diritto al voto, con una riduzione di oltre il 5% rispetto alle elezioni comunali del 2016 e nelle grandi città hanno votato anche meno del 50% degli elettori.
La crescita dell’astensionismo non è un fenomeno nuovo né contraddistingue solo il nostro Paese.
Ma con le elezioni del 3 e del 4 ottobre si è raggiunto un record, ovviamente negativo.
Indubbiamente vi sono delle cause specifiche e forse non ripetibili in futuro: gli effetti della pandemia ad esempio.
Ma altre cause potranno manifestarsi anche in futuro.
Peraltro, nelle grandi città, l’astensionismo è stato più elevato soprattutto nelle zone con maggiore presenza di ceti popolari.
Il fenomeno dell’astensionismo, inoltre, non può essere interpretato esclusivamente come crisi della politica ma, come alcuni attenti osservatori hanno già rilevato, come crisi della democrazia.
Infatti una vera democrazia ha bisogno di una democrazia rappresentativa il più possibile forte, non debole.
Ci sono anche altre forme di democrazia, ad esempio la democrazia diretta, che, tramite i referendum, sembra avere assunto un maggiore peso, considerando, relativamente ai referendum, il notevole numero di firme raccolte per quelli sull’eutanasia e sulla cannabis, anche se in questi casi ha svolto un ruolo importante la possibilità, per la prima volta, di firmare digitalmente.
Ma la democrazia rappresentativa non può che essere considerata la più importante.
E la principale causa dell’estensione del fenomeno dell’astensionismo è rappresentata dalla crescente crisi di fiducia tra partiti e cittadini, dall’affermarsi di alcuni caratteri negativi nell’ambito degli stessi partiti (perdita di una visione generale, scarso radicamento sul territorio).
Quindi si avverte sempre di più la necessità di procedere ad una riforma dei partiti che, però, non può essere attuata solamente dagli attuali gruppi dirigenti ma che deve essere richiesta, e forse imposta, dagli stessi cittadini.
Potrebbe anche essere utile attuare quella parte della Costituzione che prevedeva l’approvazione di leggi che regolassero le modalità di funzionamento dei partiti, rimasta fino ad ora inattuata.
Per la verità, avvisaglie della profonda crisi che caratterizza i partiti in Italia da tempo si erano manifestate. L’esempio più evidente il loro “commissariamento” con la nascita del governo presieduto da Mario Draghi.
Ma non si può continuare in questo modo.
Attendere, passivamente, che, elezione dopo elezione, l’astensionismo si accresca sempre di più. A quel punto la crisi della democrazia, connessa, come già ho notato, a quel fenomeno, diventerebbe ancora più preoccupante di quanto non lo sia già.
Quindi affrontare con decisione la crisi dei partiti, tramite una loro profonda riforma, è, senza dubbio, un obiettivo prioritario da perseguire, relativamente al sistema politico italiano.

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