Il processo per
l’uccisione di Giulio Regeni, presso il tribunale di Roma, è stato bloccato dai
magistrati della Corte d’Assise perché i presunti colpevoli non sono stati
informati formalmente del loro rinvio a giudizio e quindi dell’inizio del
processo a loro carico.
Gli imputati indicati dalla procura della Repubblica di Roma sono quattro egiziani, agenti di polizia e dei servizi segreti, i cui indirizzi non sono stati volutamente comunicati dalle autorità competenti dell’Egitto, proprio per impedire l’effettuazione del processo.
Un giudice delle indagini preliminari aveva ritenuto che, data la notevole risonanza mediatica del caso Regeni, anche in Egitto, i quattro indagati fossero comunque informati dell’inizio del processo.
La corte d’assise di Roma, presso la quale doveva svolgersi il processo, non è stata dello stesso avviso.
La scelta della corte d’assise è stata, a mio avviso, sbagliata, perché era evidente che i quattro indagati non potevano non sapere del processo e perché era altrettanto evidente che di proposito le autorità egiziane non hanno comunicato i loro indirizzi.
La decisione dei magistrati romani è l’ennesima dimostrazione della perdita di credibilità di una parte consistente della magistratura italiana, di cui ho già scritto in un precedente post.
Stupisce anche il silenzio pressocchè totale, relativamente alla decisione dei magistrati romani, da parte di esponenti del governo e dei partiti.
Evidentemente, io credo, la volontà di non peggiorare le relazioni con le autorità egiziane hanno avuto ancora la meglio rispetto alla necessità di fare giustizia, una volta per tutte, per l’assassinio di Giulio Regeni.
Peraltro il governo italiano si era costituito parte civile nel processo, ormai bloccato.
A questo punto cosa si può fare?
Cosa può fare soprattutto il governo italiano?
Innanzitutto deve promuovere forti pressioni nei confronti del governo egiziano affinchè siano forniti gli indirizzi degli imputati per poter inviare una comunicazione formale del loro essere indagati.
Inoltre il governo deve verificare se nell’ambito dei decreti attuativi della riforma della giustizia si possa prevedere, esplicitamente, che in un caso come quello del processo Regeni, sia consentito comunque di dare inizio al processo.
Resta il fatto che, a mio avviso, anche con la normativa vigente, i magistrati della corte d’assise di Roma avrebbero potuto iniziare il processo.
Sarebbe utile, però, che la mobilitazione dei cittadini italiani a sostegno della giusta esigenza di fare giustizia sul caso Regeni sia molto più ampia di quanto avvenuto fino ad ora.
Io credo, infatti, che le responsabilità di quanto avvenuto fino ad ora in Italia circa il caso Regeni siano plurime e che non siano addebitabili esclusivamente al nostro governo e ai partiti.

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