Carlo Cottarelli,
noto per essere stato commissario alla “spending review”, oltre che per i
diversi incarichi svolti nel Fondo monetario internazionale, ha scritto,
recentemente, “I sette peccati capitali dell’economia italiana”, editore
Feltrinelli.
Cottarelli esamina, con il suo libro, i principali probleia
del nostro sistema economico e li definisce appunto i sette peccati capitali.
Questi sette peccati capitali sono l’evasione fiscale, la
corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo
demografico, il divario tra Nord e Sud, la difficoltà a convivere con l’euro.
Oltre ad analizzare tali problemi, Cottarelli espone
soluzioni specifiche ad essi.
Io vorrei soffermarmi sulla parte finale del capitolo
contenente alcune considerazioni conclusive, perchè la condivido pienamente,
anche perché i suoi contenuti non sono oggetto della necessaria attenzione
dalla maggior parte degli economisti.
Così scrive Cottarelli:
“L’ultimo paragrafo del capitolo precedente invoca una
trasformazione economica profonda. Perché questo avvenga occorre un’altrettanto
profonda trasformazione sociale e culturale.
Molti dei peccati discussi in questo libro riflettono una
scarsità di capitale sociale, capitale di cui ogni nazione ha bisogno per non
decadere a livello economico e istituzionale.
Noi italiani siamo sempre stati un po’ troppo
individualisti: non ci è mai piaciuto rispettare le regole. Il tema del
rispetto (o mancanza di rispetto) delle regole è un tema trasversale in questo
libro: lo abbiamo visto nel capitolo sulla corruzione, in quello sull’evasione
fiscale, e anche in quello sulla difficoltà a convivere con l’euro, un riflesso
della difficoltà ad accettare le regole (legali ed economiche) del vivere in un’area
a moneta unica.
E’ però paradossale che ci piaccia così tanto scrivere
regole, come abbiamo visto nel capitolo sulla burocrazia. Come è paradossale
che la nostra cultura trovi le sue radici nella cultura dell’antica Roma, in
quel ‘dura lex, sed lex’ su cui era fondato l’ ‘ethos’ della repubblica romana.
Insomma, dobbiamo sfrondare ed eliminare le regole inutili,
e parallelamente imparare a rispettare quelle che esistono.
Forse però la tendenza all’individualismo e al mancato rispetto delle regole si è accentuata negli
ultimi decenni.
I valori di solidarietà e di senso civico che, seppure di
rado messi in pratica, erano comunque alla base dell’ideologia dei due
principali partiti politica della Prima repubblica negli anni cinquanta e
sessanta del secolo scorso, e che fornivano una base per costruire un senso
delle istituzioni, si sono via via persi per strada.
Occorre recuperare quei valori.
L’importanza dei fattori culturali è spesso minimizzata da
noi economisti che vediamo le scelte personali come influenzate quasi soltanto
da obiettivi di massimizzazione dell’utilità personale, fondamentalmente
identificata nel proprio reddito.
Ho sostenuto anche io nelle pagine precedenti questa tesi:
gli incentivi economici sono essenziali nel
determinare il comportamento delle persone.
Ma questo non vuol dire che la cultura, la dotazione di
capitale sociale, tutte quelle cose che servono ad ‘internalizzare’ gli effetti
del comportamento individuale sul resto della società siano irrilevanti. Altrimenti
non si spiegherebbero le forti differenze tra le diverse regioni italiane.
Occorre anche agire rafforzando il capitale sociale,
attraverso l’educazione dei nostri figli e nipoti.
L’insegnamento dell’educazione civica fu introdotto nelle
scuole medie di primo e secondo grado da Aldo Moro. Oggi la si insegna ancora,
sotto l’etichetta di ‘Cittadinanza e costituzione’. In verità c’è dentro un po’
di tutto: l’educazione al rispetto dell’ambiente, elementi di Codice della
strada, educazione alla salute e alimentare, e, infine, principi della
Costituzione italiana. Il tutto per un’ora alla settimana. Mi sembra un po’
poco.
Occorrerebbe invece che le scuole diventassero la fucina del
nuovo spirito civico di cui l’Italia ha bisogno.
Ma prima della scuola viene la famiglia. E’ dalla
responsabilizzazione di genitori e parenti che bisogna ripartire. Tutti noi ne
siamo coinvolti…”.
Ripeto, io condivido pienamente quanto ho appena riportato,
scritto da Cottarelli nell’ultimo capitolo del suo libro.
E soprattutto condivido due considerazioni: la
sottolineatura che gli economisti minimizzino i fattori culturali e l’accentuarsi,
in Italia, negli ultimi decenni della tendenza all’individualismo e al
mancato rispetto delle regole.

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