La sconfitta del Pd
nelle elezioni politiche del 4 marzo è stata pesante, una vera e propria
disfatta. E’ possibile addirittura la scomparsa, nel breve-medio periodo, di
questo partito dalla scena politica italiana.
Le dimissioni di Renzi sono da valutare positivamente.
Ma, certamente, non sono affatto sufficienti per rigenerare
il Pd. E non solo perché le responsabilità della sconfitta sono addebitabili
all’intero gruppo dirigente, anche se il principale responsabile è stato Renzi,
ma perché in tutta Europa sono in serie difficoltà i partiti riformisti, i
partiti della sinistra democratica, non solo in Italia.
Non è sufficiente pertanto cambiare il segretario.
Occorre in primo luogo precisare che un eventuale
spostamento a sinistra del Pd non è affatto la giusta ricetta per affrontare la
sua crisi. Lo dimostra chiaramente l’insuccesso di Liberi e Uguali.
Inoltre, a mio avviso, diversi sono i cambiamenti che
sarebbe necessario promuovere per superare la crisi del Pd.
Tali cambiamenti non sono però tutti sullo stesso piano.
Prima di tutto, è indispensabile rinnovare radicalmente il
modo di concepire la politica, soprattutto da parte della classe dirigente del
Pd, a livello nazionale e a livello locale.
La grande maggioranza di tale classe dirigente ha inteso la
politica come strumento per accrescere il potere del partito e il proprio
potere, puntando esclusivamente al perseguimento di interessi personali.
Inoltre la selezione della classe dirigente è stata quasi
sempre finalizzata a promuovere i più fidati, coloro ritenuti più affidabili.
Invece devono essere considerate prioritarie le competenze, amministrative e
tecniche.
Certo, la politica è anche gestione e ricerca del potere. Ma
non può limitarsi a questo. Deve essere anche progetto, perseguimento
dell’interesse generale, anche in un’ottica di medio-lungo periodo.
Peraltro, non tutti i cittadini che criticano la politica lo
fanno perché qualunquisti, ma perché non ne possono più di esponenti politici
che per la loro affermazione si basano solo sul clientelismo, se non talvolta
sulla corruzione.
E’ indubbio che sia necessario anche un mutamento culturale
dell’intera società italiana, al cui interno sempre di più prevale la ricerca
dell’interesse personale, del familismo.
Non deve essere solo il mondo politico a cambiare. Ma chi fa
politica deve dare l’esempio. Utilizzare e diffondere un modo diverso di
concepire la politica, appunto.
E poi un altro cambiamento necessario riguarda le politiche
da mettere in campo. O meglio ancora gli obiettivi che prioritariamente si
devono perseguire.
In questo periodo storico, per riconquistare il sostegno dei
ceti popolari, ed anche del ceto medio, prioritario deve essere il contrasto
alle diseguaglianze economiche e sociali che anche in Italia, con la crisi, si
sono accentuate considerevolmente. Ad esempio il contrasto nei confronti del
lavoro precario che colpisce soprattutto i giovani, i quali devono essere
tenuti in maggiore considerazione, non pensando solamente ed esclusivamente
agli anziani, ai pensionati e ai pensionandi.
Anche in questo modo si potrà realizzare un rapporto più
stretto e costante con i diversi territori, ritenuto indispensabile,
giustamente, da molti.
Il contrasto nei confronti di tali diseguaglianze incontra,
oggettivamente, delle difficoltà non facili da superare, in seguito all’inadeguatezza
delle risorse finanziarie pubbliche a disposizione (questo è un altro dei vari
motivi che rendono necessaria la riduzione del debito pubblico).
Ma si può provare a superarle innanzitutto attuando una vera
“spending review”, orientando la spesa pubblica verso quell’obiettivo,
riducendo gli sprechi e aumentando davvero la produttività delle pubbliche
amministrazioni.
E tramite la realizzazione di iniziative volte ad accrescere
la produttività anche del settore produttivo privato, aumentando così il
prodotto potenziale, permettendo così tramite un incremento delle entrate
tributarie - ottenibile anche con una vera e più intensa lotta all’evasione
fiscale -, il verificarsi di una crescita delle risorse finanziarie pubbliche.
Ma una politica volta a sviluppare gli interventi per
combattere le diseguaglianze richiede più Europa, non meno Europa. Richiede
cioè un impegno affinchè l’Unione europea accresca considerevolmente le proprie
funzioni, indirizzandole però, con le necessarie alleanze con i partiti e i
governi dei Paesi più importanti, come la Germania e la Francia , proprio verso la riduzione delle
diseguaglianze e verso la crescita dell’occupazione.
Questa azione di cambiamento non è certo facile da
realizzare. Soprattutto perché richiede che si affrontino problemi di notevole
portata e che riguardano quanto meno l’intera Europa e che sono influenzati considerevolmente
dalla cosiddetta globalizzazione.
Ma il Pd deve provare a portarla avanti, non solo nel
proprio interesse, non solo per evitare la propria scomparsa dallo scenario
politico italiano, ma per contribuire allo sviluppo del sistema economico e sociale
dell’intero Paese, con un’attenzione particolare al Sud, area territoriale dove
si annidano la maggiore parte delle diseguaglianze esistenti, nella
consapevolezza del fatto che il Movimento 5 Stelle e la Lega sono del tutto
inadeguati a perseguire tali obiettivi.

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