Secondo quanto rilevato
nell’VIII Atlante dell’infanzia a rischio “Lettera alla scuola” di Save the
Children, in Italia tra i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di
disagio è ancora elevato il rischio di dispersione scolastica: nelle scuole
secondarie di secondo grado il tasso di abbandono in un anno è stato del 4,3%,
pari a 112.000 ragazzi, mentre in quelle di primo grado il tasso scende
all’1,35%, che corrisponde a 23.000 alunni.
Inoltre, negli istituti con un indice
socio-economico-culturale più basso più di 1 quindicenne su 4 (il 27,4%) è
ripetente, mentre negli istituti con indice alto la quota scende quasi a 1 su
23 (il 4,4%).
Uno studente di quindici anni su 2 (il 47%)
proveniente da un contesto svantaggiato, poi, non raggiunge il livello minimo
di competenza in lettura, otto volte tanto rispetto a un coetaneo cresciuto in
una famiglia agiata
Quindi a cinquanta anni dalla scomparsa di Don
Lorenzo Milani, che ha lottato affinché la scuola offrisse pari opportunità ai
suoi studenti indipendentemente dalla loro condizione economica, nel sistema
scolastico nazionale le diseguaglianze sociali continuano a riflettersi sul
rendimento degli alunni.
L’Atlante quest’anno propone un percorso in sei
capitoli attraverso la scuola italiana con l’obiettivo di osservare e ascoltare
il nostro sistema scolastico dalla prospettiva degli studenti e, in
particolare, di coloro che vivono ai margini rischiando, oggi come
cinquant’anni fa, di venire espulsi (anche) dalla scuola.
“La scuola è un luogo chiave nell’infanzia di
ogni bambino: è qui che i talenti e le relazioni vengono sviluppati, è qui che
sono gettate le basi del loro futuro” ha rilevato Valerio Neri, direttore
generale di Save the Children.
“Oggi continuiamo a trovarci di fronte a una
scuola che, a volte, alimenta le disparità: raccontare il sistema scolastico,
il modo in cui esso riesca o non riesca a superarle, significa affrescare la
condizione dell’infanzia in Italia.
Save the Children lotta affinché sia
riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a
prescindere dal contesto sociale e economico in cui vivono. Bisogna percorrere
i corridoi, entrare nelle aule, dare voce a pedagogisti, docenti e studenti,
facendo tesoro del buono e individuando cosa è migliorabile. Ogni bambino deve
accedere alle stesse opportunità, ha il diritto di essere protagonista e di
essere ascoltato”.
“Negli ultimi decenni il quadro
dell’infanzia in Italia ha subito trasformazioni epocali alle quali la scuola
ha dovuto fare fronte” ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice programmi
Italia Europa di Save the Children.
“La denatalità ha comportato la perdita di un
terzo della popolazione in età dell’obbligo scolastico; le rivoluzioni
culturali e tecnologiche, così come l’ingresso di un milione di bambini di
origine migrante nel sistema scolastico, hanno rappresentato una grande sfida
di cambiamento per la scuola. Nel frattempo, per effetto della recessione,
nuove povertà economiche e educative sono tornate a minacciare il futuro dei
bambini.
Davanti a queste vere e proprie rivoluzioni, la
scuola italiana è stata spesso lasciata sola, non sorretta da risorse adeguate
e politiche lungimiranti per poter reggere il passo dei tempi. In un paese
segnato da grandi squilibri territoriali, l’Italia non ha mai sperimentato un
dispositivo nazionale per sostenere le scuole nei contesti più svantaggiati”.
Tra l’altro leggendo i contenuti dell’Atlante,
si può notare che la correlazione tra la condizione socio-economica e il
successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle
scuole che presentano un indice socio-economico basso l’incidenza di ripetenze
rispetto alle scuole con un indice elevato è 23 punti percentuali maggiore,
laddove la differenza media nei paesi Ocse è del 14,3%. L’Ocse calcola poi che
in Italia la probabilità di ripetenze aumenta per i maschi (+104%) e per gli
alunni di origine migrante (+117%).
Inoltre, sebbene negli ultimi decenni siano
stati compiuti importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione
scolastica, con una tendenza positiva che ha visto il tasso di abbandono
abbassarsi progressivamente dal 2008 a oggi, il fenomeno della dispersione
continua a rappresentare una delle principali sfide con cui la scuola italiana
deve fare i conti, come mostrano i dati dell’anagrafe nazionale studenti del
Miur evidenziati nell’Atlante.
Tali dati consentono di tracciare un identikit
più preciso degli alunni a rischio: tra i ragazzi delle secondarie di II grado,
possibilità superiori di abbandono sono registrate tra i maschi, in particolare
tra coloro che vivono nelle regioni del Mezzogiorno, soprattutto in Campania e
Sicilia e tra quelli con i genitori di origine straniera.
Il divario non è solo tra Italia e Europa, ma
anche tra Nord e Sud del territorio nazionale: nel Settentrione i quindicenni
in condizioni socio-economiche svantaggiate che non raggiungono le competenze
minime nella lettura sono il 26,2%, cifra che sale al 44,2% nel Meridione.
Con l’aggravarsi delle condizioni
socio-economiche di molte famiglie, all’aumento delle povertà economiche sono
corrisposte anche nuove povertà educative: tanti bambini, infatti, non hanno
accesso ad attività culturali.
Sei ragazzi su 10 (il 59,9%) tra i 6 e i 17 anni
non arrivano a svolgere, in un anno, quattro delle seguenti attività culturali:
lettura di almeno un libro, sport continuativo, concerti, spettacoli teatrali,
visite a monumenti e siti archeologici, visite a mostre e musei, accesso a
internet.
Mentre i bambini in condizioni svantaggiate non
accedono mai, in un anno, al web, c’è una folta schiera di ultraconnessi: in
Italia quasi 1 quindicenne su 4 (23,3%) risulta collegato a internet più di 6
ore al giorno, ben al di sopra della media Ocse ferma al 16,2%. L’età in cui un
bambino riceve il primo smartphone è scesa a 11 anni e mezzo (erano 12 e mezzo
nel 2015), l’87% dei 12-17enni ha almeno un profilo social e 1 su 3 vi
trascorre 5 o più ore al giorno.

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