E’ stato reso pubblico il rapporto sulla pena di morte relativo al 2016,
redatto da Amnesty International. Tale rapporto è ancora un lungo elenco di
dati e accuse che dimostra la drammatica attualità di un fenomeno globale e
scioccante. E’ bene ricordare che Amnesty International si oppone alla pena di
morte in tutti i casi senza eccezioni riguardo la natura o le circostanze del
reato, la colpevolezza, l’innocenza o altre caratteristiche dell’imputato, il
metodo usato per eseguire la condanna a morte. Attraverso una campagna
permanente, Amnesty International lavora per l’abolizione della pena capitale
in tutto il mondo.
Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty, commentando il
rapporto, ha scritto: “In occasione del lancio del suo rapporto sulla pena di
morte nel 2016, Amnesty International ha accusato la Cina, il Paese
che si presume metta a morte migliaia di prigionieri ogni anno, di fare di
tutto per tenere segreto il numero effettivo delle esecuzioni.
Negli anni passati, le autorità di Pechino hanno più volte proclamato di
aver fatto passi avanti verso la trasparenza.
Le ricerche di Amnesty International sulla Cina hanno messo in luce
che centinaia di casi documentati di pena di morte non sono presenti nel
tanto pubblicizzato registro giudiziario online, regolarmente citato come prova
che il sistema giudiziario cinese non ha nulla da nascondere.
Ad esempio, delle 931 esecuzioni di cui hanno parlato fonti pubbliche
cinesi tra il 2014 e il 2016, nel registro ne sono riportate solo 85. Se questa
è la proporzione, a malapena un’esecuzione riportata su 10 avvenute, il
problema si presenta enorme.
Il registro, inoltre, non contiene i nomi dei cittadini stranieri
condannati a morte per reati di droga, sebbene i mezzi d’informazione locali
abbiano dato notizia di almeno 11 esecuzioni del genere. Sono assenti anche
numerosi casi relativi a reati di terrorismo”.
La stessa situazione, l’inattendibilità dei dati forniti dalle autorità
locali cioè, si verifica in Vietnam e Malesia.
Il Vietnam sarebbe il terzo paese per numero di esecuzioni se si tenesse
conto degli ultimi tre anni: ben 429 tra agosto 2013 e giugno 2016. Solo Cina e
Iran hanno saputo fare peggio.
Ma sono numeri probabilmente incompleti. Basti pensare al fatto che il
ministero per la Pubblica Sicurezza non ha reso note le cifre
relative al 2016.
La Malesia ha messo a morte nove persone lo scorso anno, più di quante
si pensasse, e oltre 1000 detenuti sono in attesa nei bracci della morte.
Quali sono i principali dati contenuti nel rapporto, tenendo presente
quanto rilevato per la Cina, la Malesia e il Vietnam?
Nel 2016 Amnesty International ha registrato, nel rapporto, 1.032
esecuzioni in 23 paesi, 37% di meno rispetto alle 1.634 del 2015 in 25 Paesi.
La marcata diminuzione delle esecuzioni note è dovuta principalmente
al minor numero registrato in Iran (almeno 567 contro le almeno 977
del 2015, ossia il 42% in meno) e in Pakistan (87 contro le 326 del
2016, ossia il 73% in meno).
Per la prima volta dal 2006, gli Usa non sono nella lista dei primi
cinque Paesi al mondo per numero di esecuzioni (oltre alla Cina, all’Iran e al
Pakistan già menzionati, ne fanno parte Arabia Saudita e Iraq).
Il numero di esecuzioni nel 2016, 20, è il più basso dal 1991 ed
è inferiore della metà rispetto al 1996 e di cinque volte rispetto al 1999. Con
l’eccezione del 2012, quando è rimasto uguale, il numero delle esecuzioni
continua a diminuire di anno in anno dal 2009.
Il numero delle nuove condanne a morte, 32, è stato il più basso dal 1973:
un chiaro segnale che i giudici, i procuratori e le giurie stanno cambiando
idea sulla pena di morte come strumento di giustizia. Tuttavia, alla fine del
2016, nei bracci della morte si trovavano ancora 2.832 detenuti in attesa
dell’esecuzione.
Se da un lato il dibattito sulla pena di morte sta chiaramente cambiando
direzione, la diminuzione delle esecuzioni si deve anche alle dispute
legali sui protocolli d’esecuzione e ai ricorsi sull’origine delle
sostanze usate nell’iniezione letale. L’esito di questi ricorsi potrebbe però
produrre un nuovo picco di esecuzioni, a partire dall’Arkansas nel mese di
aprile, con una serie di esecuzioni previste in 10 giorni.
Per quanto riguarda il numero complessivo dei paesi abolizionisti, lo
scorso anno è salito a 142. Due paesi, Benin e Nauru, hanno abolito la pena di
morte per tutti i reati, mentre la Guinea l’ha abolita solo per i
reati ordinari.
Quindi la situazione relativa alla diffusione della pena di morte nel mondo
è molto diversa nei vari Paesi.
Infatti, nel 2016, può essere valutato positivamente quanto avvenuto negli
Stati Uniti, mentre desta molta preoccupazione quanto verificatosi in Cina.
Quest’ultimo Paese è ormai diventato una potenza economica di primaria
grandezza. E pertanto i governi delle più importanti nazioni del mondo hanno
intensificato i rapporti, anche politici, con la Cina. Ma hanno,
quasi completamente, trascurato la pessima situazione dei diritti umani,
compreso l’elevato utilizzo della pena di morte.
Sarebbe invece necessario che i governi dei principali Paesi, ed anche le
istituzioni internazionali, facessero adeguate pressioni sulle autorità cinesi
affinchè la situazione dei diritti umani migliorasse, sensibilmente.
Non sarà facile che ciò avvenga, Infatti, anche per i governi dei Paesi più
importanti nel mondo, “pecunia non olet”.

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