“Italiani brava gente”. Si utilizza spesso questa espressione, in contesti
diversi, ed anche per sostenere che le responsabilità degli italiani nel
genocidio degli ebrei, nella shoah, siano state pressocchè nulle. In realtà non
sembra che sia stato così, le responsabilità degli italiani, in primo luogo
ovviamente dei fascisti, sono state maggiori di quanto comunemente si crede.
Questa, peraltro, è la tesi credibile sostenuta nel libro dello storico
Simon Levis Sullam “ I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei,
1943-1945”, pubblicato da Feltrinelli nel 2015.
Per conoscere i principali contenuti del libro in questione, ho ritenuto
opportuno fi riportare alcune delle risposte di Simon Levis Sullam
contenute in un intervista rilasciata a “Il fatto quotidiano”.
Chi furono i “carnefici italiani”? Chi operò materialmente gli arresti,
avviando gli ebrei alla deportazione?
I documenti dimostrano un largo coinvolgimento delle forze dell’ordine:
polizia, carabinieri, guardia di finanza. E dei corpi politico-miltari del
fascismo: la guardia nazionale repubblicana, la milizia, le bande (nel
libro sono citate in particolare le famigerate bande Koch, Muti, Carità, ndr).
Ma ci furono anche molti civili che denunciarono i vicini di casa. Poi i responsabili
della burocrazia che faceva funzionare la macchina, Comuni compresi. Non tutti
ebbero le stesse responsabilità, ma tutti erano consapevoli di partecipare a un
progetto persecutorio e senza il loro contributo quel progetto non sarebbe
stato possibile. La burocratizzazione dello sterminio è un concetto da
applicare non soltanto alla Germania, ma anche all’Italia.
Che responsabilità possono essere attribuite direttamente, secondo lei, a
Benito Mussolini?
Gli storici hanno dimostrato che ci fu una scelta personale di
Mussolini, già nel 1938, di introdurre il razzismo come fondamento dello
Stato fascista. E ancora, nel 1943-45 ogni decisione passava da lui. Già
prima che nascesse la Repubblica sociale italiana, Mussolini era
informato che si stava compiendo la Shoah. A Salò sapevano quale
sarebbe stato il destino degli ebrei che venivano arrestati e deportati. I
ministri come Guido Buffarini Guidi (sottosegretario all’Interno nel
governo fascista e ministro nella Repubblica sociale, ndr) erano
informati, e anche alcuni ideologi. In particolare Giovanni Preziosi, che
era stato in Germania e parlava chiaramente, anche per l’Italia, di “soluzione
alla tedesca” della questione ebraica. Più difficile dire quale fosse la
consapevolezza ai livelli più bassi. Ma lo sfruttamento del lavoro coatto era
previsto ufficialmente dal regime, quindi tutti potevano immaginare a
quali condizioni di vita andassero incontro gli ebrei denunciati e
arrestati. E comunque che fosse un’azione persecutoria era ben chiaro a
tutti. Anche solo la concentrazione di migliaia di famiglie nei campi
italiani, primo fra tutti Fossoli, poteva portare alla loro decimazione.
Il suo libro è ricco di nomi e casi. Chi furono secondo lei i maggiori
responsabili della “via italiana” allo sterminio?
Giovanni Preziosi fu l’ideologo più radicale. Fin dagli anni
Venti propugnava l’antisemitismo. Fu lui a far tradurre in
italiano i “Protocolli dei Savi di Sion”. Poi tornò in voga con la
Repubblica sociale, guidò l’ispettorato generale per la razza, elaborò
nuove proposte più aspre e radicali. Cito poi figure meno note come
Giovanni Martelloni, capo dell’ufficio affari ebraici di Firenze, che si occupò
sia di arrestare ebrei e di sequestrare i loro beni sia di scrivere
articoli e pamphlet antisemiti.
Nel libro affronta anche il tema del sequestro dei beni. Ci fu una molla
economica nella complicità italiana allo sterminio?
Fu un passaggio fondamentale. Caratterizzò già la fase del 1938. Le
leggi razziali ridussero le attività economiche di
professionisti e docenti, per esempio. Poi dal ’43 si passò al
sequestro dei beni, e questo ci dice qualcosa sulla consapevolezza che il
destino degli ebrei arrestati fosse segnato. E’ una caratteristica di tutti i
genocidi, la dimensione particolarmente meschina della ricerca del guadagno.
Una parte dei persecutori era motivata da ambizioni di
arricchimento, rappresentato da beni e taglie. La Repubblica sociale
normò i sequestri, ma è dimostrato che parti consistenti
furono incamerate da autorità locali. Il poliziotto che si intascava
i gioielli, il federale che si insediava nell’appartamento, il prefetto che si
prendeva mobilio, lenzuola, in un caso persino un pianoforte. Le persone che
sono tornate hanno avuto restituito solo quello che era possibile, in
prevalenza gli immobili. Chi non è tornato ha lasciato tutto ai suoi
persecutori.
In più ci furono i delatori, che non avevano neppure la “giustificazione”,
se così si può chiamare, degli “ordini da eseguire”.
Dietro ogni arresto c’era una denuncia. Il tardo autunno ’43
e le fasi successive furono segnate da denunce di famiglie che si
nascondevano. Alla base c’erano incentivi economici, regolamenti di conti
personali, vendette, possibilità di accaparrare beni. Gli imprenditori che
denunciavano i loro soci in affari incameravano tutta l’azienda. Ci furono
studenti che denunciarono i loro professori. Il fenomeno, secondo me, riguardò
migliaia di italiani comuni, che tradirono loro concittadini ebrei.
Nel dopoguerra questi crimini restarono quasi del tutto impuniti. Perché?
Alla base ci fu l’amnistia-colpo di spugna di Togliatti del 1946, ma il
reato di persecuzione antiebraica non esisteva. In alcuni casi fu considerato
come aggravante. Molti adottarono come linea difensiva il fatto che
allora quelle azioni erano previste dalla legge. Allo stesso tempo, però, a
Norimberga si elaborava il concetto di crimine contro l’umanità. Noi non lo
recepimmo e le responsabilità, senza un riconoscimento giudiziario, rimasero
nascoste. Inoltre la magistratura si era formata durante il fascismo ed era corresponsabile.
Il presidente del tribunale della razza Gaetano Azzariti divenne negli
anni Cinquanta presidente della Corte costituzionale. So di un
recente appello per rimuovere il suo busto dalla sede della Corte.
Impunità giudiziaria a parte, lei parla di “colpevole oblio”. E addirittura
di una sorta di corsa a riconoscere i “Giusti” che si prodigarono per salvare
gli ebrei, dimenticandosi dei carnefici.
Nell’immediato dopoguerra si comincia a costruire il mito del bravo
italiano contrapposto ai cattivi tedeschi. Si voleva far dimenticare che
l’Italia era entrata in guerra insieme ai nazisti per realizzare il nuovo
ordine mondiale. E che l’Italia aveva inventato il fascismo in Europa
e lo aveva insegnato ai tedeschi. L’oblio che ha colpito la
complicità nella Shoah è simile a quello che ha riguardato
il colonialismo, l’attività militare nei Balcani, la repressione della
resistenza in Jugoslavia e i nostri campi in quel Paese. In parte è
comprensibile, a volte l’oblio è necessario. Ma oggi si è diffusa un’immagine
benevola del fascismo, e le sue colpe non sono riconosciute, non solo riguardo
alla Shoah.

Nessun commento:
Posta un commento