La crescita economica in Italia è del tutto insufficiente, soprattutto per
favorire il raggiungimento dell’obiettivo di una consistente riduzione della
disoccupazione. Ed è anche inferiore rispetto alla crescita che si verifica in
molti altri Paesi dell’Unione europea. E per ottenere una crescita economica
più intensa, nel breve periodo, cosa si deve fare?
Ho volutamente fatto riferimento al breve periodo perché, a mio giudizio,
gli interventi da realizzare, soprattutto quelli di politica economica, dipendono,
almeno in parte, dal periodo temporale preso in considerazione.
Certamente, in Italia, vi è la necessità di accrescere quello che viene
definito il prodotto potenziale, cioè il Pil che si può ottenere in seguito
all’utilizzo dei fattori produttivi esistenti, principalmente lavoro e
capitale.
Quindi è indispensabile aumentare la produttività che, nel nostro Paese,
come ho rilevato in un precedente post, da tempo ristagna, cioè rimane
pressocchè stabile, o cresce poco o diminuisce poco, a seconda degli anni.
Di qui la necessità di continuare a promuovere l’attuazione di riforme
strutturali che modifichino, notevolmente, i meccanismi di funzionamento del
sistema economico italiano, proprio al fine di aumentare la produttività.
Si deve essere, però, consapevoli che interventi di politica economica,
volti a realizzare le riforme strutturali necessarie, non possono produrre
effetti positivi consistenti sulla crescita, nel breve periodo.
Del resto una politica economica finalizzata ad accrescere gli investimenti,
sia pubblici che privati, può produrre degli effetti soprattutto nel medio o
addirittura nel lungo periodo, anche se una parte, ridotta, di tali effetti si
possono manifestare nel breve periodo.
Ed allora, nel breve periodo, è indispensabile attuare una politica
economica, soprattutto una politica di bilancio, espansiva, che determini un
aumento consistente dei consumi e quindi anche del Pil e dell’occupazione.
E i vincoli imposti dall’Unione europea, con il cosiddetto “fiscal
compact”, devono essere notevolmente allentati, mettendo fine alla politica
dell’austerità.
Peraltro negli Stati Uniti dove, diversamente dai Paesi dell’Unione
europea, è stata attuata una politica di bilancio fortemente espansiva, senza
preoccuparsi troppo se si verificavano, per alcuni anni almeno, consistenti
deficit di bilancio, con conseguenti elevati valori del rapporto deficit
pubblico/Pil, l’uscita della crisi economica, iniziata nel 2008, è stata più
rapida ed ha consentito il determinarsi di tassi di crescita del Pil molto più
alti di quelli manifestatisi in Europa.
Quindi, da tempo, sarebbe stato necessario, per i Paesi dell’Unione
europea, allentare i vincoli riguardanti i bilanci pubblici ed anche per
l’Italia.
Ma, si potrebbe sostenere, a questo punto, che in Italia si manifestano
consistenti valori del rapporto debito pubblico/Pil. E se tali valori non si
riducono o addirittura aumentano si possono determinare delle reazioni dei
mercati finanziari tali da creare notevoli problemi al sistema economico
italiano, soprattutto tramite una forte crescita dei tassi di interesse.
Però, non necessariamente più elevati valori del rapporto deficit
pubblico/Pil si traducono in aumenti dei valori del rapporto debito
pubblico/Pil. In una prima fase ciò è possibile ma, successivamente, se si
verifica una consistente e rapida crescita del Pil il valore del rapporto
debito/Pil può anche ridursi considerevolmente.
Quindi in Italia, ed anche in altri Paesi dell’Unione europea, dovrebbe
essere possibile attuare una politica di bilancio fortemente espansiva.
Solo così, ripeto, sarà possibile accrescere, nel breve periodo, in misura
consistente il Pil, ed anche l’occupazione, soprattutto tramite un aumento dei
consumi privati, che continuano invece ad essere stabili, come dimostrano dati
anche molto recenti.
Certo si pone, inoltre, il problema di quale politica di bilancio espansiva
realizzare.
Le alternative sono ovviamente tre: una riduzione delle imposte, un aumento
della spesa pubblica corrente, oppure un “mix” tra i due interventi (anche in
quest’ultimo caso vi sono diverse varianti possibili soprattutto perché si può
puntare di più su una riduzione delle imposte oppure invece di più su un
aumento della spesa pubblica).
Ma, dovrebbe esserci un accordo unanime, all’interno degli organi dell’Unione
europea e dei governi dei Paesi dell’Unione, sulla necessità di una politica di
bilancio espansiva.
Si dovrebbe cioè seguire la “lezione” di Keynes, sostenuta dall’economista
inglese per affrontare i problemi verificatisi con la crisi degli anni ’30 del
Novecento.
Non si tratta di inventare niente, quindi.
Purtroppo, quell’accordo, di cui ho appena riferito, non c’è e, a mio
giudizio, ciò rappresenta una delle maggiori cause della crisi, non solo
economica, ma anche e soprattutto politica, attraversata, attualmente,
dall’Unione europea.

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