E’ stato
pubblicato l’annuale rapporto, elaborato da “The European House-Ambrosetti” che
misura le “performances” dei sistemi sanitari europei ed anche delle regioni
italiane. Considerando 14 Paesi dell’Unione europea, la sanità italiana occupa
il terz’ultimo posto.
Nel rapporto si
può infatti leggere, tra l’altro: “L’Italia manifesta un sensibile
ritardo dalla media europea sul fronte dell’efficienza e appropriatezza
dell’offerta sanitaria e sul fronte della capacità di risposta del sistema
sanitario ai bisogni di salute. Sul fronte della qualità dell’offerta sanitaria
siamo in linea con l’Europa mentre sul fronte dello stato di salute mostriamo
(ancora) una performance migliore della media europea”.
Stato di salute
della popolazione, qualità dell’offerta sanitaria e “responsivnesss” del
sistema, capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute,
efficienza-appropriatezza dell’offerta sanitaria, questi i 4 indicatori del
cosiddetto Meridiano Index che valuta i sistemi sanitari dei diversi Paesi
europei, un indice che sintetizza i 4 indicatori.
Nella seguente
tabella sono riportati i valori che il Meridiano Index assume nei 14 Paesi
dell’Unione europea presi in considerazione:
Svezia 8,4
Olanda 7,2
Finlandia 6,5
Belgio 6,2
Francia 6,2
Regno Unito 5,9
Danimarca
5,9
Spagna 5,8
Ue-14 5,7
Irlanda 5,3
Germania 5,2
Austria 4,9
Italia 4,7
Portogallo 4,7
Grecia 3,5
Tra le regioni
italiane primeggia l’Emilia Romagna, seguita dalla Lombardia. Tutte le regioni
del Sud sono contraddistinti invece da valori inferiori alla media nazionale.
Nel rapporto si
rileva, fra l’altro: “Mettendo in relazione le performances dei sistemi
sanitari regionali con il relativo livello di spesa sanitaria, pubblica e
privata, emerge una relazione positiva tra le due grandezze: le regioni con le
performances migliori (quelle del Nord) sono anche caratterizzate da un livello
di spesa maggiore e ricchezza maggiore”.
Nella successiva
tabella sono riportati i valori che il Meridiano Index assume nelle diverse
regioni italiane:
Emilia Romagna 7,2
Lombardia 7,0
Trentino Alto
Adige 6,9
Toscana 6,7
Piemonte 6,4
Umbria 6,3
Valle d’Aosta 6,3
Veneto 6,2
Marche 6,2
Friuli Venezia
Giulia 6,1
Lazio 5,7
Liguria 5,6
Sardegna 5,1
Abruzzo 5,0
Molise 4,7
Basilica 4,7
Puglia 4,6
Sicilia 4,5
Calabria 4,1
Campania 4,0
Da questa tabella
risulta che sono, quasi esclusivamente, le regioni meridionali a presentare un
valore dell’indice analizzato inferiore al valore medio dei 14 Paesi
dell’Unione europea considerati.
Ancora una volta,
cioè, si dimostra che è la situazione dei sistemi sanitari delle regioni del
Meridione ad essere particolarmente critica, mentre i sistemi sanitari delle
regioni del Centro-Nord sono contraddistinti da performances più che
accettabili.
Nel rapporto poi
si evidenzia come “dal punto di vista dello stato di salute, anche se l’Italia
si posiziona ancora tra i primi posti in Europa, si evidenziano alcuni
campanelli d’allarme. Nel 2015 per la prima volta in 10 anni è diminuita la
speranza di vita alla nascita, il tasso di mortalità è stato il più alto dal
dopoguerra ad oggi e, inoltre, continuano a calare gli anni vissuti in buona
salute. In aggiunta al fenomeno dell’invecchiamento demografico, oggi l’Italia
deve affrontare altre importanti sfide per la salute delle persone”.
“La sfida di gran
lunga più importante per i sistemi sanitari e sociali è quella delle patologie
croniche - ricorda inoltre il rapporto - che rendono necessaria una specificità
di organizzazione e un impegno di risorse molto importanti”.
Altra
preoccupazione il calo delle vaccinazioni. “Nel 2015 la copertura
nazionale media per le vaccinazioni contro poliomielite, tetano, difterite,
epatite B pertosse e ‘Haemophilus influenzae’ è stata del 93,4%; con un
decremento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2014 e di quasi 3 punti
percentuali rispetto al 2011. Particolarmente preoccupanti sono i dati di
copertura vaccinale per morbillo e rosolia che hanno perso 5 punti percentuali
dal 2011 al 2015, passando dal 90,1% all’85,3%”.
Cosa si deve fare
quindi, secondo il rapporto?
“A fronte di tutte
queste sfide che minacciano la sostenibilità del servizio sanitario nazionale,
l’intero sistema di welfare e la capacità di crescita economica, occorre
investire di più in sanità.
L’investimento in
prevenzione ha un impatto positivo sulla spesa sanitaria: un euro investito in
prevenzione genera 2,9 euro di risparmio nella spesa per prestazioni
terapeutiche e riabilitative e che l’orizzonte temporale nel quale
l’investimento in prevenzione manifesta i suoi impatti sulla spesa per
prestazioni curative e riabilitative, in percentuale della spesa sanitaria
totale, è di 10 anni.
Ad oggi l’Italia
spende in prevenzione 98,4 euro pro capite. Se il nostro Paese investisse
quanto la Germania (126,4 Euro) la spesa sanitaria al 2050 sarebbe
l’8,9% del Pil con un risparmio di 4 miliardi di Euro l’anno”.

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