E’
stato recentemente presentato il nono rapporto sulla bioeconomia, realizzato
dalla direzione studi e ricerche della banca Intesa Sanpaolo. Nel 2022 l’insieme
delle attività connesse alla bioeconomia in Italia ha generato un valore della
produzione pari a 415,3 miliardi di euro, occupando circa due milioni di
persone.
Innanzitutto è bene precisare che cos’è la bioeconomia.
La bioeconomia comprende e interconnette quelle attività economiche che utilizzano risorse biologiche rinnovabili della terra e del mare- come colture, foreste, pesci, animali e microrganismi – per produrre cibo, materiali ed energia.
Della bioeconomia fa parte il sistema socio-economico legato ai comparti della produzione primaria - per esempio agricoltura e acquacoltura - e i settori industriali che utilizzano o trasformano le risorse biologiche provenienti da questi comparti, come l’industria alimentare, quella della cellulosa e della carta, ma anche parte dell’industria chimica, energetica e biotecnologica.
L’approccio bioeconomico mette al centro del suo modello la natura, promuove un’industrializzazione intelligente, che utilizza risorse biologiche, convertite in prodotti a valore aggiunto come cibi e bevande, ma anche bioenergie, biocarburanti, bioplastiche, servizi.
La crescita osservata nel 2022 (+15,9%), sostenuta soprattutto dall’incremento dei prezzi, ha portato la bioeconomia italiana a pesare l’11% sul totale del valore della produzione, in netto aumento rispetto al 9,9% del 2019.
Anche negli altri Paesi europei considerati nel rapporto, la bioeconomia ha registrato lo scorso anno una sensibile crescita: nel complesso di Francia, Germania, Italia e Spagna, la bioeconomia ha generato nel 2022 un output di circa 1.740 miliardi di euro, occupando oltre 7,6 milioni di persone.
Un ruolo chiave nella bioeconomia, in particolare in Italia, è ricoperto dalla filiera del tessile-abbigliamento, protagonista di una profonda trasformazione negli ultimi decenni che ha portato allo spostamento del baricentro produttivo mondiale verso l’Asia e ad una diminuzione dell’utilizzo di input bio-based: la quota sul commercio mondiale di input, filati e tessuti bio è scesa dal 16,1% medio del 2007-08 al 14,8% del 2018-19.
La filiera del tessile-abbigliamento in Italia ha raggiunto 63,5 miliardi di euro di fatturato nel 2022 (l’1,5% del totale e il 5,5% del manifatturiero), occupando circa 300.000 addetti, l’8% degli addetti della manifattura italiana. L’Italia resta protagonista in questo settore: nono produttore mondiale per numero di addetti, quinto per valore della produzione e per quota di mercato nei prodotti di fascia alta.
Il nostro Paese mantiene una quota di produzione bio-based tra le più elevate nel contesto europeo e risulta quarto esportatore mondiale di fibre, filati e tessuti bio-based.
I dati di una inchiesta ad hoc sulle imprese della bioeconomia, evidenziano come oltre il 40% dei soggetti intervistati nella filiera del tessile-abbigliamento dichiara di voler ampliare le proprie produzioni bio-based nei prossimi 3 anni.
La filiera del tessile-abbigliamento è al centro di significativi cambiamenti in ottica di maggiore sostenibilità e circolarità. Con l’introduzione dell’obbligo di raccolta differenziata dei tessili già partita in Italia e di prossima applicazione nel resto dell’Unione europea, il tema dell’economia circolare, del riuso e riutilizzo dei rifiuti tessili e dei tessili usati diventerà ancora più rilevante.
Si assisterà a un aumento dei quantitativi di rifiuti da trattare e gestire e ne cambierà anche il mix con l’ampliamento dell’incidenza dei rifiuti di peggiore qualità e privi di valore. In questo contesto la capacità di recuperare materia in una logica fiber to fiber diventerà fondamentale.
Il riutilizzo degli scarti dei processi produttivi della filiera tessile in un’ottica circolare è rilevante ma residuano ampi spazi di miglioramento, attivabili attraverso un miglior funzionamento del mercato delle materie prime seconde. Le potenzialità sono desumibili dall’analisi dei quantitativi di rifiuti tessili prodotti dalla filiera della moda che risultano pari a 510.000 tonnellate a livello europeo. In Italia per ogni addetto dell’industria della moda si producono 508 kg di rifiuti.
I rifiuti post consumo raccolti in modo differenziato ammontano complessivamente a livello di Europa a 27 a 790.000 tonnellate nel 2020, in accelerazione negli ultimi anni grazie alla crescente diffusione della raccolta differenziata.
In Italia la raccolta differenziata dei rifiuti tessili è in progressivo ampliamento (nel 2021 circa 140.000 tonnellate) ma sconta differenziali territoriali significativi: il quantitativo di rifiuti pro-capite tessili raccolti al Sud è pari a 2,1 kg, rispetto ai 2,8 kg per abitante registrati al Nord e ai 3 kg del Centro Italia.

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