L’11
luglio del 1995 si verificò a Srebrenica, in Bosnia, il primo genocidio
commesso sul suolo europeo dopo il 1945. Nel giro di alcuni giorni del luglio
1995, in quello che è passato alla storia come il genocidio più breve, quanto
meno della storia recente, vennero uccisi più di 10.000
musulmani bosniaci, per la maggioranza ragazzi e uomini.
Il genocidio fu perpetrato da unità dell'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, guidate dal generale Ratko Mladic (condannato in primo grado all'ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia), in quella che nel 1993 era stata dichiarata dall'Onu “zona protetta” e che si trovava, nel 1995, sotto la tutela di un contingente olandese.
La “zona protetta” di Srebrenica fu delimitata dopo un'offensiva serba del 1993 che obbligò le forze bosniache a una demilitarizzazione sotto controllo dell'Onu. Le delimitazioni delle zone protette furono stabilite a tutela e difesa della popolazione civile bosniaca, quasi completamente musulmana.
Il 9 luglio 1995, la “zona protetta” di Srebrenica e il territorio circostante furono circondati dalle truppe dell'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, che l'11 luglio riuscì a entrare definitivamente nella città.
Perché Srebrenica?
Perché era un’anomalia: un’enclave a maggioranza musulmana in una parte di Bosnia ormai del tutto “serbizzata”.
Per stabilire una volta per tutte i confini della “nuova” Bosnia, che sarebbero stati sanciti negli accordi spartitori di Dayton, occorreva mettere fine a quell’anomalia.
La storia (non la giustizia, purtroppo) ci dirà se i leader internazionali dell’epoca erano consapevoli del progetto genocida che si stava per compiere.
Dall'11 luglio, i maschi dai 12 ai 77 anni (e non solo loro) furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per essere interrogati. In realtà vennero uccisi e sepolti in fosse comuni.
Circa 15.000 uomini e ragazzi cercarono rifugio in quella che fu chiamata la Marcia della morte fra Srebrenica e Tuzla e solo 6.000 riuscirono a salvarsi, scappando attraverso boschi e villaggi su strade accidentate e sentieri fangosi, percorrendo oltre 100 chilometri.
Ancora oggi in memoria di quel percorso molte presone lo percorrono a ritroso per 35 km al giorno, in quella che oggi è chiamata la marcia della Pace.
L'orrore delle loro storie è accentuato dal fatto che i massacri si sono svolti solo in pochi giorni.
Circondare migliaia di uomini, catturarli, ucciderli, bruciarli, scavare fosse per seppellirli è stato uno sforzo mostruoso che è stato possibile portare a termine in alcuni giorni solo perché ci furono migliaia e migliaia di partecipanti al genocidio.
Il processo nei confronti dell'ex leader militare serbo bosniaco Ratko Mladic è stato uno dei più lunghi della storia, a causa della vastità delle accuse, della quantità di prove (compresi 592 testimoni) e dei vari tentativi della difesa di ritardare o far terminare il procedimento giudiziario.
Il processo d'appello, tenutosi nel 2021 presso il Tribunale internazionale dell’Aja ha confermato la condanna all’ergastolo emessa dal tribunale di primo grado.
Ratko Mladic, in quanto comandante dell’esercito serbo bosniaco, fu giudicato colpevole di 10 imputazioni su 11. L’ex generale serbo bosniaco è stato giudicato responsabile, tra l’altro, di genocidio, persecuzione per motivi etnici e religiosi ai danni di musulmani bosniaci e croato bosniaci, sterminio, deportazione, omicidio, terrore, attacchi illegali contro i civili e cattura di ostaggi.
Circa 6.700 corpi (anche se la Icmp - International commission of missing persons - parla di piu’ di 7.000) di persone sono state riconosciuti, solo 29 nel 2022, e sono stati riesumati, identificati e sepolti nel memoriale di Potocari dove ogni 11 luglio si svolge una dolorosa cerimonia commemorativa, tra questi anche bambini, un neonato e una donna di 94 anni.
Sono numerose perciò le persone che non hanno ancora neanche una tomba dove piangere i loro cari uccisi nel genocidio.
Ci sono poi i resti di altre 14 persone identificate, ma per le quali non è ancora stata data l’autorizzazione alla tumulazione da parte dei familiari perché sono state ritrovate solo alcune parti del corpo, e per le famiglie è difficile fare una scelta del genere. Spesso, preferiscono attendere nella speranza che si ritrovino altre parti dello scheletro.
I corpi degli uccisi nel genocidio, infatti, sono stati occultati in diverse fosse comuni anche molto distanti fra loro. Esistono casi di persone i cui resti sono stati trovati, a distanza di anni, anche in cinque fosse diverse.
L’Istituto nazionale per le persone scomparse subisce, anno dopo anni, tagli dei finanziamenti e questo accresce le difficoltà di riuscire, col passare del tempo, a dare un nome a poveri resti umani.
I leader politici e le leggi della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, una delle due entità che gli accordi di Dayton del 1995 hanno creato nella Bosnia dopo la guerra, non hanno ancora riconosciuto il genocidio di Srebrenica, al quale non vi è alcun riferimento persino nei programmi scolastici.
Il processo di riconciliazione non ha fatto passi avanti, anche per un clima islamofobico dilagante, e le divisioni tra i gruppi nazionali all’interno del Paese proseguono.
Nonostante i processi conclusi dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia e quelli ancora in corso presso il cosiddetto “Meccanismo residuale internazionale” nei confronti dei principali ideatori del genocidio di Srebrenica, il numero dei casi giudiziari irrisolti è estremamente lungo e, salvo i casi particolarmente gravi, tutte le cause “minori” sono passate ai tribunali locali.
E’ legittimo quindi sostenere che ne è derivata un’impunità dilagante.
I processi per crimini di diritto internazionale nei tribunali della Bosnia ed Erzegovina sono molto lenti e condizionati da fattori esterni, tra cui l'assenza di programmi di protezione per i sopravvissuti e i testimoni.
In assenza della necessaria volontà politica, la stragrande maggioranza delle persone sospettate di crimini di guerra e crimini contro l’umanità non verrà mai chiamata a rispondere del suo operato.
Nel frattempo prende sempre più campo il negazionismo al punto che l’attuale amministrazione municipale serbo-bosniaca, in continuità con le posizioni del governo, è dichiaratamente negazionista rispetto al genocidio.
Ed è evidente la volontà da parte dei serbo-bosniaci negazionisti di cancellare le tracce, i luoghi della storia.
A distanza di 28 anni, le donne di Srebrenica continuano a piangere i loro morti.
Alcuni resti non si troveranno mai più.

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