La Corte Costituzionale
ha deciso che il quesito referendario sull’eutanasia sia inammissibile. Poiché non
credo proprio che il Parlamento approvi, in questa legislatura, una legge sull’eutanasia,
quanti vorranno ricorrervi saranno costretti ad andare in altri Paesi dove l’eutanasia
è consentita, in primo luogo la Svizzera.
Io non mi soffermo sulle motivazioni alla base della decisione della Corte Costituzionale non essendo un giurista. Rilevo solamente che i giuristi che hanno formulato il quesito referendario non mi sembrano affatto degli sprovveduti.
Aggiungo che una considerazione del presidente della Corte, Giuliano Amato, secondo il quale, con l’approvazione del quesito referendario, sarebbero state penalizzate le persone più fragili, più deboli, mi sembra del tutto sbagliata.
Le persone più fragili, più deboli, sono quelle più colpite nell’attuale situazione, o perché non hanno le risorse finanziarie per recarsi nei Paesi dove è consentita l’eutanasia o perché non hanno le conoscenze necessarie per entrate in contatto con medici che, segretamente, praticano anche in Italia l’eutanasia.
E non credo che l’attuale Parlamento sia in grado di approvare rapidamente una legge sull’eutanasia. Peraltro il progetto di legge attualmente in discussione alla Camera non consentirebbe l’eutanasia per i malati terminali di tumore.
Quindi l’unica strada, a parte quella tortuosa e complessa di ricorrere ai tribunali, è rappresentata dall’utilizzo di cliniche localizzate in Paesi che consentono l’eutanasia per i malati terminali, in primo luogo la Svizzera, che è il Paese più vicino a noi e dove la spesa da sostenere non è troppo elevata, circa 5.000 euro, ovviamente senza considerare le spese per il viaggio.
A questo punto, sarebbe opportuno che si costituisse un fondo, formato da contributi erogati da privati, per concedere, a coloro che non hanno sufficienti disponibilità, le risorse finanziarie necessarie per utilizzare le cliniche straniere che praticano l’eutanasia.
Mi sembra una proposta concreta e realizzabile, senza aspettare, inutilmente, le decisioni del Parlamento.
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