In vari Paesi,
negli ultimi periodi, si è registrato un certo aumento dell’inflazione. I
prezzi sono cresciuti non molto ma, in alcuni casi, in misura maggiore rispetto
alle aspettative. E’ un fenomeno preoccupante? Per ora non sembrerebbe.
Innanzitutto, perché l’aumento del tasso di inflazione dovrebbe essere causa di preoccupazione?
Soprattutto perché potrebbe determinare un cambiamento nelle politiche monetarie adottate dalla banche centrali, che diventerebbero meno espansive, determinando anche un aumento dei tassi di interesse. Infatti quelle politiche, generalmente, sono legate all’andamento dell’inflazione.
Se ciò avvenisse la ripresa economica mondiale si attenuerebbe e il ritorno ai livelli del Pil ante pandemia potrebbe protrarsi nel tempo.
In realtà le banche centrali, a partire dalla Bce e dalla Fed americana, non sembrano preoccuparsi più di tanto.
Per la verità proprio ieri la Fed ha deciso che entro il 2023 potrebbe aumentare i tassi di interesse. Comunque entro il 2023.
Infatti le banche centrali considerano l’aumento, peraltro lieve, dell’inflazione del tutto temporaneo e quindi non tale da rendere necessaria una modifica sostanziale delle loro politiche monetarie.
E, a mio avviso, le banche centrali hanno pienamente ragione.
Per vari motivi.
Negli Stati Uniti non ci attendono aumenti salariali consistenti, poiché il potere contrattuale dei lavoratori dipendenti rimane debole, nonostante la riduzione del tasso di disoccupazione.
Poi, l’Europa è solo all’inizio della ripresa economica, il Giappone sta combattendo con un ristagno atavico e anche la Cina, che è uscita per prima dalla tragedia del Covid, quanto meno sul piano economico, sta facendo di tutto per non far “surriscaldare” l’economia.
Inoltre i consumatori americani non sono ancora intenzionati ad aumentare considerevolmente i consumi e la stessa situazione si sta verificando in Europa.
Peraltro anche gli stessi mercati finanziari sono convinti che non ci siano al momento rischi di un aumento considerevole e costante dell’inflazione.

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