Il Papa ha
deciso, d’intesa con i francescani del Sacro Convento, di organizzare un grande incontro internazionale tra giovani
economisti e imprenditori “under 35” dal 26 al 28 marzo prossimi ad Assisi, per
discutere, confrontare esperienze e condividere proposte per una nuova economia,
denominato “The Economy of Francesco”, e che è già stato ribattezzato la “Davos
francescana”, dal nome della città della Svizzera dove ogni anno si riuniscono
politici e banchieri per discutere i destini di un mondo reale che in realtà
nessuno o quasi di loro frequenta, chiusi nelle enclave residenziali e nei voli
executive.
Perché questo incontro?
Per vari motivi.
Innanzitutto per sfatare un mito, che l’economia di mercato
sia stata in qualche modo generata nel mondo protestante nord europeo. Le cose
sono andate diversamente, ma questo non sempre viene accettato dalla dottrina
economica dominante.
Sono stati, invece, i seguaci di San Francesco d’Assisi a dar
vita ad un sistema di relazioni e interazioni che rappresentarono i primordi
dell’economia di mercato, secondo gli organizzatori dell’incontro.
Ha scritto l’economista Stefano Zamagni che si trattò di una “risposta
all’imbarazzo della ricchezza”, termine tecnico che usano gli storici.
L’imbarazzo della ricchezza era stato scoperto dai monaci
cistercensi - basti pensare a Bernardo da Chiaravalle – che “accumulavano
ricchezza nei loro monasteri, ma non riuscivano a farla circolare, evidenziando
la miseria all’esterno”.
Insomma, Francesco d’Assisi disse: “C’è qualcosa che non va” ed
e così ̀che i francescani escono dai monasteri e creano i conventi.
Il convento è esattamente l’opposto del monastero: nel
convento è un “con venire”, ed i conventi devono stare nelle città, non fuori
perché ́devono essere aperti a tutti.
Quindi l’economia di mercato nasce per consentire alla
ricchezza di essere partecipata. Nasce così l’organizzazione della divisione
del lavoro.
E Jorge Mario Bergoglio, gesuita argentino che per primo
nella storia ha assunto il nome del poverello, sa che è lì che si deve tornare
per dare impulso ad un nuova economia, ad un “patto” tra le persone del pianeta
che vogliono che ci sia un futuro e che si sviluppi all’interno di un sistema
che metta la persona e l’ambiente al centro, e non solo il denaro che produce
altro denaro.
Per
quanto riguarda l’incontro di marzo il programma si sta ancora scrivendo, ma ci sarà
naturalmente lui, Francesco, e sarà la sua quarta volta ad Assisi in sette
anni.
Certo, il percorso che porta all’incontro del prossimo marzo
–-un po’ Davos certo, ma forse anche Camaldoli, l’eremo nella vicina Toscana
dove nel luglio 1943 le migliori menti cattoliche scrissero il celebre codice
per l’economia nazionale - parte da lontano.
Fu Bergoglio, appena eletto nel 2013, che disse cosa pensava
del rapporto della Chiesa verso la ricchezza, ma soprattutto del modello
economico dominante, uscito immutato nella sostanza dalla grande crisi
finanziaria.
Il passaggio del fondamentale documento “Evangelii Gaudium” - considerato il
manifesto del pontificato – “questa economia uccide!” è ormai inciso sulla
pietra, e il Papa lo ha declinato in ogni sua forma, dai temi della finanza
all’economia reale, dalle relazioni sindacali alla difesa dell’ambiente.
Non l’economia di mercato, ma un sistema esasperato (“questa
economia”, che ha generato le infinite bolle speculative) che metta l’uomo
schiacciato sotto il profitto.
E a seguire l’altro documento fondante sulla salvaguardia
dell’ambiente, l’enciclica del 2015 Laudato Si’, dal Cantico delle Creature, il
massimo testo di Francesco.
La difesa dell’ambiente, della casa comune, non può essere
disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi
strutturali dell’economia mondiale.
Occorre, pertanto per il Papa, “correggere i modelli di
crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della
vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i
diritti delle generazioni future”.
Al centro della pastorale bergogliana-francescana c’è la
denuncia della “cultura dello scarto”, che a pensarci è il fondamento culturale
dell’economia circolare, ormai entrata a pieno titolo nelle agende
imprenditoriali.
E per scarto il Papa non pensa solo al cibo o ai materiali
dei cicli produttivi: pensa prima di tutto alle persone, siano essi i poveri
delle baraccopoli, gli anziani soli delle periferie urbane, le persone
diversamente abili, le donne vittime di violenze, i disoccupati, i nuovi
schiavi reclutati nei campi profughi.
“Nell’incontro ci saranno tantissimi imprenditori giovani che
proveranno ad invertire sistemi economici iniqui a favore di sistemi circolari”,
ha rilevato padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro
Convento.
Riemerge quindi il concetto di “patto”, declinabile in ogni
nuovo impegno, e che arriva fino al grande movimento mondiale dei giovani per
la difesa dell’ambiente.
E’ lo stesso Papa che lo ribadisce: “un patto comune, un
processo di cambiamento globale che veda
in comunione di intenti non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli
uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità,
uniti da un ideale di fraternità attento soprattutto ai poveri e agli esclusi”.

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