lunedì 7 ottobre 2019

L'economia secondo San Francesco



Il Papa ha deciso, d’intesa con i francescani del Sacro Convento, di organizzare un grande incontro internazionale tra giovani economisti e imprenditori “under 35” dal 26 al 28 marzo prossimi ad Assisi, per discutere, confrontare esperienze e condividere proposte per una nuova economia, denominato “The Economy of Francesco”, e che è già stato ribattezzato la “Davos francescana”, dal nome della città della Svizzera dove ogni anno si riuniscono politici e banchieri per discutere i destini di un mondo reale che in realtà nessuno o quasi di loro frequenta, chiusi nelle enclave residenziali e nei voli executive.

Perché questo incontro?

Per vari motivi.

Innanzitutto per sfatare un mito, che l’economia di mercato sia stata in qualche modo generata nel mondo protestante nord europeo. Le cose sono andate diversamente, ma questo non sempre viene accettato dalla dottrina economica dominante.

Sono stati, invece, i seguaci di San Francesco d’Assisi a dar vita ad un sistema di relazioni e interazioni che rappresentarono i primordi dell’economia di mercato, secondo gli organizzatori dell’incontro.

Ha scritto l’economista Stefano Zamagni che si trattò di una “risposta all’imbarazzo della ricchezza”, termine tecnico che usano gli storici.

L’imbarazzo della ricchezza era stato scoperto dai monaci cistercensi - basti pensare a Bernardo da Chiaravalle – che “accumulavano ricchezza nei loro monasteri, ma non riuscivano a farla circolare, evidenziando la miseria all’esterno”.

Insomma, Francesco d’Assisi disse: “C’è qualcosa che non va” ed e così ̀che i francescani escono dai monasteri e creano i conventi.

Il convento è esattamente l’opposto del monastero: nel convento è un “con venire”, ed i conventi devono stare nelle città, non fuori perché ́devono essere aperti a tutti.

Quindi l’economia di mercato nasce per consentire alla ricchezza di essere partecipata. Nasce così l’organizzazione della divisione del lavoro.

E Jorge Mario Bergoglio, gesuita argentino che per primo nella storia ha assunto il nome del poverello, sa che è lì che si deve tornare per dare impulso ad un nuova economia, ad un “patto” tra le persone del pianeta che vogliono che ci sia un futuro e che si sviluppi all’interno di un sistema che metta la persona e l’ambiente al centro, e non solo il denaro che produce altro denaro.

Per quanto riguarda l’incontro di marzo il programma si sta ancora scrivendo,  ma ci sarà naturalmente lui, Francesco, e sarà la sua quarta volta ad Assisi in sette anni.

Certo, il percorso che porta all’incontro del prossimo marzo –-un po’ Davos certo, ma forse anche Camaldoli, l’eremo nella vicina Toscana dove nel luglio 1943 le migliori menti cattoliche scrissero il celebre codice per l’economia nazionale - parte da lontano.

Fu Bergoglio, appena eletto nel 2013, che disse cosa pensava del rapporto della Chiesa verso la ricchezza, ma soprattutto del modello economico dominante, uscito immutato nella sostanza dalla grande crisi finanziaria.

Il passaggio del fondamentale documento “Evangelii Gaudium” - considerato il manifesto del pontificato – “questa economia uccide!” è ormai inciso sulla pietra, e il Papa lo ha declinato in ogni sua forma, dai temi della finanza all’economia reale, dalle relazioni sindacali alla difesa dell’ambiente.

Non l’economia di mercato, ma un sistema esasperato (“questa economia”, che ha generato le infinite bolle speculative) che metta l’uomo schiacciato sotto il profitto.

E a seguire l’altro documento fondante sulla salvaguardia dell’ambiente, l’enciclica del 2015 Laudato Si’, dal Cantico delle Creature, il massimo testo di Francesco.

La difesa dell’ambiente, della casa comune, non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale.

Occorre, pertanto per il Papa, “correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future”.

Al centro della pastorale bergogliana-francescana c’è la denuncia della “cultura dello scarto”, che a pensarci è il fondamento culturale dell’economia circolare, ormai entrata a pieno titolo nelle agende imprenditoriali.

E per scarto il Papa non pensa solo al cibo o ai materiali dei cicli produttivi: pensa prima di tutto alle persone, siano essi i poveri delle baraccopoli, gli anziani soli delle periferie urbane, le persone diversamente abili, le donne vittime di violenze, i disoccupati, i nuovi schiavi reclutati nei campi profughi.

“Nell’incontro ci saranno tantissimi imprenditori giovani che proveranno ad invertire sistemi economici iniqui a favore di sistemi circolari”, ha rilevato padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro Convento.

Riemerge quindi il concetto di “patto”, declinabile in ogni nuovo impegno, e che arriva fino al grande movimento mondiale dei giovani per la difesa dell’ambiente.

E’ lo stesso Papa che lo ribadisce: “un patto comune, un processo di cambiamento globale  che veda in comunione di intenti non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, uniti da un ideale di fraternità attento soprattutto ai poveri e agli esclusi”.

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