Il
22 ottobre 2009 morì un geometra romano di 31 anni nell’area detenuti
dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Si chiamava Stefano Cucchi e il suo nome
rimbalzerà nei dieci anni successivi tra cronaca e aule di giustizia, nelle
carte di processi e inchieste, in bilico tra la ricerca della verità e la
difesa di diritti negati.
La
sua vicenda è ormai molto nota ma, a dieci anni dalla sua morte, per ricordarlo,
mi è sembrato opportuno riportare integralmente l’intervista rilasciata a
Teresa Valiani dal Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della
libertà personale Mauro Palma e pubblicata su www.romasette.it.
La morte di Stefano Cucchi e
tutto quello che ne è seguito sono riusciti a cambiare qualcosa?
Un
elemento che è cambiato in questi dieci anni è la consapevolezza diffusa che
alcune cose accadono, che possono accadere e che uno Stato è forte quando è in
grado di andare a fondo e non di coprirle o di nasconderle. Io credo che questo
elemento, dovuto anche alla tenacia della famiglia,appartenga ora alla
consapevolezza sociale: lo Stato deve essere in grado di guardare anche alle
ferite del proprio corpo. Perché altrimenti è uno stato debole. Nel caso
Cucchi, poi, c’è stata anche una questione molto specifica in quella parte di
soggetti che hanno cercato di far ricadere la responsabilità su altri Corpi. A
lungo è stata messa sotto inchiesta la Polizia penitenziaria che invece non
c’entrava niente mentre in realtà le responsabilità erano altrove. E questo è
anche un po’ più amaro perché dà la sensazione di qualcuno che si difende
attaccando altri.
Che
cosa insegna il caso Cucchi?
Ci ha
confermato che è giusto avere fiducia nelle istituzioni perché piano piano sono
riuscite in qualche modo, ora vedremo cosa dirà la sentenza, a togliere quei
veli. Qualche elemento di tristezza, oltre al fatto in sé, alla morte di un
giovane, lo dà il fatto che alcune persone che avevano compiti di alta
responsabilità, per quanto emerge finora dalle carte, si sono adoperate perché
la verità non venisse fuori. Questo è elemento di forte amarezza, che indica
quanto lavoro va fatto, anche di ordine preventivo. Il Garante è meccanismo
nazionale di prevenzione e la prima prevenzione sta nell’accertare
doverosamente e con verità anche le cose che possono far male. Il 14 conto di
andare in aula perché anche la sentenza è un momento di affermazione di
qualcosa che non deve ripetersi ed ha valore, anch’essa, di tipo preventivo. Vedremo
che cosa dirà, ma le carte processuali hanno comunque delineato un quadro molto
diverso da quello che emergeva dalle indagini iniziali. Resta un altro elemento
da considerare, al di là del processo: quanto sia alto il rischio dell’occhio
assuefatto. Stefano Cucchi in quei pochi giorni è stato visto da una decina di
diverse istituzioni del nostro Paese: i medici, il 118, i carabinieri, poi è
arrivato in carcere, poi il giudice, e troppo spesso gli occhi non hanno visto.
E questo ci interroga: mai essere assuefatti a un meccanismo di violenza. Non
si poteva non capire. Giusto quando è arrivato a Regina Coeli l’hanno mandato
in ospedale, mentre altri occhi non hanno visto niente. Questo dell’occhio
assuefatto è uno dei drammi, a volte, nei casi di violenza, per questo
sottolineo che è necessario mantenere sempre lo stupore e l’indignazione
rispetto a ciò che vediamo.
Quanto
c’è ancora da fare? Quali sono stati i nodi maggiori che in questi anni il suo
Ufficio ha dovuto affrontare?
C’è
da fare ancora molto, nelle culture. Se ancora, come nei giorni recenti,
vediamo che ci sono indagini rilevanti su casi di maltrattamento. Ma bisogna
anche non pensare che questa sia la cultura dominante nelle forze dell’ordine.
Il mio Ufficio, che contribuisce alla parte di formazione delle diverse forze
dell’ordine, ha un rapporto positivo perché siano sradicate certe culture che
in qualche modo a volte anche con il linguaggio vengono incrementate. Culture
che cercano di far passare da una sorta di esercizio dell’azione penale
rispetto a reati e rei, a una azione penale rispetto a nemici: questo è
l’errore. Qualunque reato abbia commesso, la persona deve essere giudicata e
deve scontare per quello che gli è stato dato, deve essere sancito che ciò che
ha commesso è un reato ma non è un nemico, non è qualcuno da abbattere in
qualche modo. Questa piegatura è una piegatura che in alcune culture diffuse,
non solo nelle forze dell’ordine, ultimamente anche con il cosiddetto
linguaggio d’odio si è ampliata. Le forze dell’ordine, tutte, hanno fatto un
cammino di grande democrazia in questi anni e sono un presidio da tenere
presente e da valorizzare. Ma come tutti i settori sono anche una fotografia di
quella che è la cultura diffusa nel sociale. Spetta forse a chi ha compiti
istituzionali, anche nel mio piccolo, contribuire alla formazione perché certi
modelli culturali non rimangano tali e si vada sempre verso modelli culturali
aperti. Che non significa permissivi ma tutt’altro: significa strettamente
aderenti al dettato costituzionale.
Vuole
lanciare un appello?
Quando
certe cose accadono è doveroso indagare e sanzionare ma poi ci dobbiamo
chiedere: dove eravamo? Nessuno è innocente rispetto alle cose che accadono.
Neanche noi che non eravamo né la persona fermata, né coloro che l’hanno
fermata o coloro che non hanno visto. Perché se certe cose accadono c’è sempre
una responsabilità sociale e quindi anche noi dobbiamo interrogarci su quale è
il tessuto sociale che attualmente stiamo costruendo.

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