Generalmente si ritiene che le mafie
determinano un aumento dell’occupazione. Le conclusioni di uno studio recente
della Banca d’Italia “Gli effetti
della 'ndrangheta sull'economia reale: evidenze a livello di impresa” sono invece molto diverse: le attività di riciclaggio
della ‘ndrangheta nel Centro-Nord provocano una notevole diminuzione dell’occupazione.
Lo
studio analizza gli effetti della criminalità organizzata sull'economia reale,
concentrandosi sul caso della 'ndrangheta.
Combinando
dati di fonte giudiziaria e di impresa si costruisce un indicatore statistico
del rischio di infiltrazione mafiosa per le imprese del Centro Nord.
I
risultati mostrano che la criminalità organizzata tende a infiltrarsi in
imprese che attraversano periodi di difficoltà finanziaria e che operano in
settori maggiormente legati alla domanda pubblica o più adatti al riciclaggio; l'infiltrazione
si associa a un significativo aumento del fatturato delle imprese interessate; la
diffusione della criminalità organizzata ha effetti negativi sulla crescita
aggregata di lungo periodo.
Di
conseguenza nei comuni del Centro-Nord le cui imprese sono state infiltrate
dalla ‘ndrangheta l’occupazione è calata del 28% tra il 1971 e il 2011.
Si tratta del primo studio che cerca di ricostruire gli effetti
di lungo termine determinati dalla criminalità organizzata sulla produzione dei
territori in cui questa si infiltra, escludendo quelli di provenienza.
La ‘ndrangheta è il soggetto più adatto per un’analisi del
genere perché solo il 23% dei suoi ricavi annuali, stimati fra i 3 e i 4
miliardi di euro, è realizzato in Calabria, , a differenza di quanto succede
per camorra e Cosa nostra che in Campania e in Sicilia hanno ricavi superiori
al 60% del totale.
La maggior parte del business ‘ndranghetista, quindi, è
altrove (Centro-Nord, ma anche il resto d’Europa): narcotraffico
internazionale, manipolazioni di appalti pubblici, estorsioni, gioco d’azzardo.
Come già anticipato, tre sono le principali conclusioni dello
studio.
Prima
conclusione, la ‘ndrangheta tende a infiltrarsi in imprese che hanno difficoltà
finanziarie e in settori che dipendono maggiormente dalla domanda del
settore pubblico oppure in
cui è più diffuso il riciclaggio di denaro.
Nel
primo caso, il motivo principale di infiltrazione è massimizzare il profitto o
estrarre una rendita, mentre nel secondo lo scopo è l’occultamento dei proventi di attività illecite.
Seconda
conclusione: l’infiltrazione inizialmente genera un incremento dei ricavi delle
aziende. Forse anche perché una parte dei ricavi maschera il riciclaggio.
Terza
conclusione: nel lungo termine ci sono effetti negativi sulla crescita
economica a livello locale e di conseguenza sull’occupazione.
L’ingresso
della mafia aumenta i ricavi delle aziende facendo crescere il numero di
impiegati ma non gli investimenti: le imprese corrotte hanno una maggiore
probabilità di uscire dal mercato, non è chiaro se per via volontaria o per
decisioni di carattere giudiziario.
Il
peggio succede se la mafia si inserisce nel mercato per fare profitto e
investimenti, falsando il gioco della concorrenza e costringendo i competitor a
chiudere: in questo caso l’impatto negativo è maggiore.
E sono molti i modi in cui la criminalità organizzata finisce
per ridurre la ricchezza e il benessere di un paese, a cominciare dai
costi diretti, cioè tutte le risorse che la mafia recupera direttamente
dall’economia (rapine ed estorsioni, per esempio).
A questi si aggiungono i costi indiretti, generati da tutte
le distorsioni che la criminalità opera sull’economia, che includono i legami
di corruzione con i governi locali.

Nessun commento:
Posta un commento